Il ruolo del portiere è da sempre nell’immaginario collettivo tra i più affascinanti. Si dice che per diventare un buon portiere bisogna essere un po’ pazzi ed esempi di questo tipo non ne mancano sicuramente: Walter Zenga, Peter Schmeichel, Bruce Grobbelaar, René Higuita, ma soprattutto Jean Marie Pfaff, indimenticabile portiere del Belgio che conquistò il suo storico quarto posto ai mondiali di Mexico 1986. Pfaff era un personaggio incredibile, uno dei migliori interpreti del suo ruolo, ma divenne famoso anche per i suoi atteggiamenti irriverenti e sdrammatizzanti sul terreno di gioco. Sempre sorridente, venne soprannominato El Simpatico dai giornalisti messicani. Con la nazionale fu protagonista di un episodio in particolare che ne fa capire il carattere: preso di mira dai tifosi avversari viene fatto oggetto di un lancio in campo di ortaggi. Lui raccoglie da terra una mela e inizia a mangiarla appoggiato al palo. Forse non arriverà a questi livelli, ma la nostra Margherita Salvi, arrivata in estate dall’Orobica, quanto a essere sorridente non è di certo meno del grande portiere belga. Fisico statuario, riccioli biondi e occhioni azzurri che le illuminano il viso, Margherita incarna alla perfezione la versone femminile (di gran lunga migliorata) di Jean Marie Pfaff.

Nome: MARGHERITA SALVI
Ruolo: IL PIU’ BELLO E DIFFICILE
Soprannome: JEAN-MARIE PFAFF

Verona, il tuo esordio col Mozzanica in una partita delicata. Al 93’ blocchi l’ultimo tiro delle avversarie, forse la tua parata più importante fino ad oggi, sei d’accordo?
Forse sì, ma non era una parata particolarmente difficile e poi un portiere è lì per quello no? Diciamo che esordire in campionato proprio in una gara così particolare è stata una bella emozione. Venivamo da un periodo non roseo e quella vittoria ci ha dato una bella spinta nel morale, perché è arrivata su di un campo da sempre ostico, contro una rivale storica. Alla vigilia il mister mi ha tenuto sulle spine, comunicandomi che probabilmente Gaelle non ce l’avrebbe fatta, ma la conferma l’ho avuta solo alla lettura delle formazioni. Sono entrata in campo con un po’ d’ansia, ma l’ho affrontata nel modo giusto e le compagne mi hanno tutte aiutato molto.

Facciamo qualche passo indietro. Quando inizi a giocare a pallone?
Avevo otto anni. Ho iniziato col nuoto, una disciplina che ho portato avanti anche in seguito. Poi un giorno stavo accompagnando al campo della squadra del mio paese (Villa d’Almé) mio fratello di due anni più giovane, dove avrebbe iniziato la scuola calcio. Tra i maschietti c’era anche un’altra ragazzina e allora una signora mi ha chiesto se volevo provare anch’io… così al campo ci siamo fermati entrambi. Lì restai fino ai tredici anni, cioè fino a quando ho potuto giocare con i maschi. All’inizio ho provato un po’ tutti i ruoli, ma nelle partitelle alla fine finivo sempre in porta, forse anche perché stessa sorte toccava a mio fratello. Da lì non ho più cambiato ruolo, lui invece divenne un difensore in seguito.

La tua prima squadra femminile è l’Atalanta del presidente Maraglino.

Con l’Atalanta feci la trafila nelle selezioni giovanili, giocando prima con le esordienti, poi con le giovanissime ed infine con la primavera, con la quale conquistammo un trofeo Beppe Viola al torneo di Arco di Trento nel 2010, in finale con il Bardolino. A 16 anni passai direttamente in prima squadra per disputare il campionato di A2, alla guida della squadra c’era Samantha Ceroni, che già mi aveva allenato nella primavera e che ho ritrovato qui, come anche Eleonora Piacezzi che faceva parte di quel gruppo. Andrea Scarpellini invece l’ho avuta solo come compagna di allenamenti, poiché prima di approdare alla prima squadra spesso lavoravo con le più grandi, ma venne qui a Mozzanica l’anno che io salii in prima squadra. Disputammo due campionati di A2, ma purtroppo dopo la seconda stagione la società si sciolse.

In quegli anni sei stata chiamata a vestire la maglia azzurra nelle selezioni giovanili.
Quando ero ancora con i maschi del Villa d’Almé feci parte della rappresentativa della Lombardia al torneo delle regioni, mentre con l’Atalanta fui convocata prima in under 17 e poi con la 19. Con l’under 17 disputai il primo girone di qualificazione agli europei in Bulgaria, avrei dovuto partecipare anche alla fase successiva, ma mi infortunai e non fui chiamata. Con la 19 ho disputato il torneo di “La Manga” e la seconda fase del campionato europeo in Olanda. In ultimo ho partecipato a qualche raduno con l’under 23 in tempi più recenti.

C’è una nazionale che è ancora in lotta per partecipare il mondiale e non è quella maschile…

Sì l’Italia è in corsa per una qualificazione che darebbe gran visibilità al movimento. Negli ultimi anni credo che ci sia stato qualche passo in avanti, ma partecipare al mondiale sarebbe davvero la ciliegina sulla torta. Hanno ricominciato a trasmettere le gare del nostro campionato su RaiSport e anche quello è un piccolo segnale che c’è più attenzione verso il calcio femminile.

Dopo l’Atalanta sei andata all’Orobica, con la quale hai giocato per cinque anni, uno dei quali nella massima serie.

Sì andai all’Orobica che avevo diciotto anni, il primo anno non giocai molto, ma nel secondo trovai più spazio e continuità, il che mi aiutò molto nella crescita sotto il profilo tecnico. Quella stagione oltre alle soddisfazioni personali arrivarono anche quello collettive, con la vittoria del campionato e la promozione in serie A. Durante quel torneo, in una delle prime gare, giocavamo con il Mozzecane e al 94’, con noi in vantaggio di un solo goal, viene assegnato un calcio di rigore alle nostre avversarie. Sono riuscita a pararlo e con quella parata ci ha permesso di ottenere tre punti che al termine del campionato si sono rivelati decisivi. Un momento così è di quelli che si sognano per una vita… Purtroppo però non eravamo pronte ad un campionato così difficile come la serie A e l’anno seguente retrocedemmo ancora in B, ma resta comunque un’esperienza molto positiva per me.

Chi è la giocatrice più forte con la quale hai giocato?
Direi senza dubbio Gaelle Thalmann, davvero tanta roba. Da una come lei si impara tanto solo a guardarla, sia in allenamento che in partita. Dall’inizio si è rivelata non solo un esempio, ma anche un sostegno vero e proprio, sia in campo che fuori. Essere la sua riserva non è assolutamente un problema, anzi è un’esperienza stimolante, ma bisogna anche essere pronte a doverla sostituire quando se ne presenta l’occasione. Il nostro è un ruolo delicato, non puoi permetterti mai di sbagliare purtroppo.

Quello di venire a Mozzanica è stata sicuramente una decisione coraggiosa.
E’ stato sicuramente un bel passo, perché voleva dire passare da una B ad una A, ma non solo. Si sa quel che si lascia e non quel che si trova come si suol dire. Venire qui vuol dire giocare con giocatrici che per anni hanno vinto scudetti e coppe. Non è stata una decisione facile, perché sapevo che rischiavo molto, ma alla fine tutto sta andando bene. Con il mister e le compagne mi trovo bene. Devo lavorare tanto per crescere, in particolare so di poter migliorare nella rapidità.

Cosa c’è oltre il calcio nella tua vita?
Lavoro in piscina come istruttrice di nuoto, una passione che non ho mai lasciato perdere del tutto e poi sto studiando per diventare assistente nelle scuole per bambini con disabilità. Mi piace lavorare con i bambini e per il mio futuro mi vedo su questa strada.

Credit Photo: Sergio Piana

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