Sara Penzo, classe ’89 nata a Chioggia, ha calcato i campi di Serie A con le maglie di Torres e Tavagnacco, con le quali ha vinto una Coppa Italia a testa, Venezia e Brescia.
L’estremo difensore, che ha deciso di ritirarsi nonostante la giovane età, ha vestito inoltre la maglia Azzurra sia della prima squadra che dell’Under 19, con la quale ha vinto l’Europeo nel 2008.
Abbiamo raggiunto per qualche battuta l’ex portiere diventata nel frattempo mental coach.

Sara hai vissuto una carriera importante. Quali sono stati i momenti che ricordi più con piacere?
“I momenti indelebili nella mente sono la mia prima partita in Serie A, contro i miei idoli da bambina con cui poi ho giocato assieme in Nazionale, e con alcune pure in squadra come Melania Gabbiadini, Patrizia Panico ed Elisa Camporese.
Ricordo ancora il primo tiro di Melania che ho parato che pensavo mi avesse spezzato i polsi. Poi decisamente la prima partita di Champions con l’inno che sentiamo spesso solo in tv, indelebile nella mente, e decisamente la vittoria dell’ Europeo Under 19 avendo subito un solo gol in tutta la competizione”.

Sei ancora giovanissima ma hai già chiuso la tua carriera. Quanto è stato difficile decidere di staccare la spina?
“Per me è stato difficilissimo, ancora ora guardo le partite delle mie ex compagne di squadra con il magone o con il nodo in gola. Purtroppo nella vita a volta ci troviamo davanti a delle scelte di vita futura e considerando il non professionismo di prima non ho potuto fare altrimenti”.

Ora sei una mental coach. Quanto ti é servita la tua carriera in tal senso? Durante il tuo percorso da calciatrice quanto è mancata una figura del genere?
“La figura del mental coach l’ho scoperta durante la mia esperienza da professionista in Svizzera. In Italia siamo ancora anni luce distanti ad integrare e capire quanto una figura come la mia sia improntare nel supportare una squadra e persino il successo in determinate situazioni.
Quindi si direi che il calcio mi ha resa la persona che sono adesso.
Ne vado fiera e credo e spero che il mental coach un giorno posso arrivare nella cultura italiana come ormai è una figura fondamentale in ogni aspetto della nostra vita in qualsiasi altra nazione”.

Per coprire un profilo così delicato è fondamentale avere una personalità forte e sicura. Quali similitudini e quali differenze ci sono tra la Sara vista in campo e fuori?
“La mia vita e il mio lavoro mi stanno facendo continuamente migliorare le mie sfumature.0 Nonostante insegni a gestire le emozioni e trovare il flow giusto per delle performance straordinarie imparo ogni giorno dalle persone che seguo, ed è la cosa che mi piace di più, Non fermarmi mai evolvermi di continuo mi porta a pensare di essere la stessa ma più matura più completa”.

Quale lato del tuo lavoro ti piace di più e quando ti senti maggiormente gratificata?
“Mi sento gratificata quando vedo la persona che seguo o il team che seguo arrivare ai proprio obiettivi. Quel luccichio negli occhi di chi vive la migliore versione di se è qualcosa di unico e imparagonabile. E mi sento felice ed orgogliosa di poter essere parte di questo viaggio”.