Nei giorni scorsi Carolina Morace si è concessa ai microfoni del quotidiano ‘Il Manifesto’ nel quale ha parlato di calcio giocato e non solo. L’attuale Deputata al Parlamento Europeo, con il Movimento 5 Stelle, ha ricordato la sua esperienza alla guida del Trinidad e Tobago affermando: “Non facevamo dei raduni della nazionale aspettando mesi tra uno e l’altro, tutte le ragazze abitavano nella capitale e facevamo allenamento lì quasi ogni giorno. Mi sono trovata di fronte a ragazze che spesso non avevano niente da mangiare o che anche prima della partita, visto che c’era solo quello, mangiavano pollo fritto”.

Sulle particolarità di quell’esperienza ha poi aggiunto: “Visto che nella cultura caraibica è essenziale il canto ci avevano chiesto di fare un riscaldamento alla settimana con la musica. Ricordo che all’inizio lo gestiva Jane Williams, che all’epoca era la mia allenatrice in seconda, essendo laureata in scienze motorie. Hanno percepito che noi eravamo affezionate alle calciatrici non solo dal punto di vista sportivo anche perchè eravamo riuscite a far avere loro un riconoscimento economico. Per questo venivamo rispettate, anche se in un paese violento come Trinidad e Tobago le ragazze ci dovevano scortare anche per andare al mercato”.

Sulle differenze con il Canada ha invece ricordato: “In Canada era quasi tutto differente, ma la diversità si traduceva soprattutto a livello tecnico, perché erano più pronte, preparate da quel punto di vista. Lì ho dovuto lavorare più sul piano della tattica perché su quello, invece, non sono dei fulmini di guerra. Erano abituate a giocare ‘palla lunga e pedalare’. Ho insegnato loro che c’era anche un altro modo di giocare e si sono divertite molto. Dal 13° posto nel ranking siamo arrivate al 6° e nel 2010 abbiamo vinto la Concacaf Women’s Championship, l’equivalente del nostro Europeo”.

In conclusione Carolina Morace ha affermato: “Anche in Canada mi sono tolta molte soddisfazioni, ma onestamente mi sono sentita più vicina alle donne iraniane rispetto a quelle canadesi quando sono stata in Iran a istruire le preparatrici atletiche per la Fifa. Il motivo è molto semplice: l’Iran, come noi, ha tremila anni di storia, il Canada no. Al di là che ci si metta il burqa o meno, rimane la cultura di fondo. E quella è la cosa più importante. Dobbiamo, soprattutto noi italiani, superare l’idea per cui il mondo è rimasto al Sacro Romano Impero ed esistiamo solo noi. Ho capito che è l’allenatore o l’allenatrice che si deve adattare alla cultura diversa dalla sua, non provare a forzare il contrario”.

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