Una storia, quella di Giuliani, di amore per il calcio ma anche segnata da un enorme dolore: “Appena ho iniziato a camminare, avevo già il pallone tra i piedi. Ho iniziato a giocare grazie a mio cugino, che però a 14 anni è venuto a mancare. La sua scomparsa ci ha molto scossi: cerco di arrivare in alto per me, ma anche per lui e per mia nonna che non c’è più”.
Celestino è invece arrivato ovunque: a Palermo, a Bari, a Cuneo, “con la sua macchinina che ormai è da buttare. Ma torno spesso giù con lui dopo le trasferte – dice Swami –, gli faccio compagnia: solo lui è il matto che si fa i chilometri da solo. Mi piacerebbe vederlo nel campetto sotto casa, come nello stadio più grande del mondo: se c’è lui a fare il tifo, io sono contenta”. Una felicità condivisa dal nonno, per cui il calcio era un tabù: “Per me uno stadio vale l’altro, voglio vedere mia nipote serena, felice, come lo sono io. Sono arrivato a questa età: ho fatto tanti errori, perso tante occasioni, ma la mia vita è stata intensa, e vorrei per Swami la vita che ho avuto io, libera”.






