Ogni realtà che aspiri a durare nel tempo nasce da una fiducia ostinata, di quelle che resistono all’incertezza, alle difficoltà, e si alimentano di dedizione quotidiana. È una fiducia che non si limita a credere nel risultato, ma che abita il percorso, le persone, le scelte spesso silenziose che danno forma a una visione. Nel calcio, questa dimensione si carica di un significato ulteriore: diventa appartenenza, responsabilità morale, amore profondo per un’idea che va oltre il rettangolo verde e il risultato del momento.
Al centro di questa traiettoria si colloca il Presidente della società, figura chiamata a coniugare lucidità e sentimento, strategia e passione. Non solo “amministratore”, quindi, ma anche sorta di narratore di un destino collettivo, garante di un progetto che prende vita attraverso il coraggio di credere, di investire e di custodire un’identità che chiede di lasciare un segno per autenticità, senza scorciatoie.
Ospite odierna della nostra redazione è Erika Maran – Presidente del Vicenza Women’s Football Club – che ha illustrato per intero quanto messo in piedi. Una storia che non racconta di un punto di arrivo, ma di un continuo guardare avanti con ambizione, misura e rispetto per la storia rappresentata.
Un Vicenza rinnovato, neopromosso e costruito per lasciare il segno all’interno di un contesto che, per certi versi, ha ancora bisogno di passi in avanti. Cosa significa essere presidente di una società tutta al femminile e quanta responsabilità c’è – in qualità di – di una lotta al mutamento per quelli che sono ancora gli onnipresenti “cliché” del caso?
«Siamo orgogliosi di essere in Serie B, ma sarebbe poco onesto raccontarla come una conquista semplice o come un obiettivo pianificato con leggerezza. È stata una notizia che ci ha stravolti, organizzativamente ed economicamente.
Essere presidente di una società interamente femminile oggi significa vivere dentro un paradosso continuo: da una parte, l’urgenza di far funzionare una prima squadra – perché è inevitabilmente quella che tiene in piedi il sistema, quella che dà visibilità, quella su cui tutti misurano il valore di un club -, dall’altra la consapevolezza che senza un settore giovanile strutturato, senza Academy, senza progetti sociali e senza formazione delle persone, non esiste futuro. Il Vicenza Women’s Football Club vive esattamente dentro questo equilibrio fragile.
Si tratta di assumersi una responsabilità che va ben oltre il campo. Vuol dire confrontarsi ogni giorno con cliché ancora presenti, non solo nello sport, ma nella cultura che circonda il movimento “in rosa”. La vera sfida, poi, non è dimostrare che quest’ultimo “può funzionare”, ma pretendere che venga messo nelle condizioni di funzionare davvero: questo richiede presenza costante, scelte spesso impopolari e la capacità di reggere il peso di un cambiamento che non è immediato.
Allora bisogna non solo guidare, ma anche proteggere e, soprattutto, non smettere mai di credere che il cambiamento passi dai fatti, non dalle dichiarazioni».
In un calcio che vive di risultati immediati, quando i numeri non aiutano, la fiducia nel progetto costruito non sparisce, sopratutto se accompagnata da basi solide. La realtà biancorossa – al di là di quella che può essere la statistica – è esempio di orgoglio professato per quanto costruito, che mette ulteriori radici sulla consapevolezza di un valore e potenziale che prescinde da tutto. Da “figura d’amore” verso il movimento vicentino stesso, quale è l’eredità letteralmente sportiva che vorrebbe fosse riconosciuta?
«È facile confondere la classifica con il valore reale di un progetto. Quando i numeri non aiutano, ciò che resta sono le basi su cui quel progetto è costruito.
Al Vicenza Women’s Football Club l’orgoglio nasce, infatti, da ciò che si sta creando: strutture, persone, competenze, relazioni con il territorio. L’eredità che vorrei fosse riconosciuta è, quindi, quella di una società che ha scelto di costruire nel tempo, mettendo radici profonde, invece di inseguire scorciatoie, un’eredità fatta di metodo, di coerenza e di rispetto per chi vive il club ogni giorno».
La rosa attuale – che sta dando tutto in una categoria ostica come la serie B – è capitanata da Aurora Missiaggia, figura che non solo risulta un vero e proprio pilastro per il gruppo che sta percorrendo la stagione in corso, ma è stata testimone diretta di una crescita esponenziale nel territorio. In che modo la sua presenza aiuta le piccole grandi donne a sognare in grande e quanto c’è di suo in quel fil rouge che collega il Vicenza di ieri a quello di oggi?
«Aurora è una figura di riferimento perché incarna perfettamente la realtà attuale del calcio femminile e rappresenta un tipo di leadership molto precisa, che vive soprattutto fuori dal campo.
Oggi, per una donna che gioca a calcio – soprattutto in categorie come Serie B, Serie C o Eccellenza – è fondamentale pensare a un piano B di vita; la sostenibilità sportiva non è ancora garantita e il futuro, una volta terminata la carriera o in caso di stop forzati, rimane spesso incerto. Aurora è testimonianza di questa consapevolezza: l’atleta che vive il calcio con passione ed al contempo lucidità, ed è proprio questo il messaggio che arriva alle più giovani: sognare sì, ma costruendo anche un percorso personale solido.
Il filo rosso tra il Vicenza di ieri e quello di oggi, quindi, è fatto di identità, responsabilità e realismo».
Una programmazione che punti realmente sulla costruzione dal basso, attraverso un settore giovanile strutturato (spesso fonte primaria di sviluppo per le categorie) risulta fondamentale all’interno del progetto societario biancorosso. Ce ne vuole parlare?
«Il settore giovanile è il cuore pulsante del nostro progetto. Non è un investimento secondario, ma una responsabilità sociale.
A questo proposito, l’Academy del Vicenza WFC non serve solo a formare calciatrici, ma persone. Qui si lavora su valori, metodo, educazione e consapevolezza, creando un ambiente che accompagni le ragazze nella crescita sportiva e umana. Spesso, però, più si lavora seriamente sul giovanile, più dall’esterno si pensa che tutto ruoti attorno alla prima squadra. In realtà è vero il contrario: una prima squadra può esistere e reggere solo se sostenuta da una base solida e strutturata.
Recentemente ho avuto anche l’opportunità di portare il nostro modello all’interno dell’Università di Vicenza, in un corso di Sport Management. Da lì sono stati tanti i curriculum arrivati di giovani studenti e studentesse che vogliono fare esperienza, crescere, imparare.
Con profondo rispetto per chi ha fatto calcio prima di me e per chi porta esperienza, credo però che oggi il calcio – non solo femminile – stia cambiando radicalmente e che le persone su cui investire siano spesso proprio quei giovani che portano competenze nuove, visione, metodo, e che possono dare continuità alle idee di chi, come me, viene definita una presidente “visionaria”. Non perché sogna, ma perché costruisce prima che il sistema sia pronto».
Una delle problematiche principali legate alla fetta Women, purtroppo attive ancora oggi, è legata alla creazione e chiusura repentina di realtà che non riescono a promettere continuità. Oltre ad una necessità di fondi, pensa si debba rivalutare anche una fiducia che dovrebbe essere a lungo raggio e che, invece, continua a mancare?
«Episodi come quello del Cittadella Women – senza entrare nel merito delle singole responsabilità – pongono una domanda chiara: è accettabile che un’intera stagione venga interrotta, lasciando atlete, dirigenti e famiglie senza tutele reali? La Federazione fa tanto, lo so, ma oggi serve un passo ulteriore: ascolto vero, strumenti concreti, questionari, confronti strutturati, analisi reali dei bisogni delle società.
La coerenza è fondamentale, per questo ho scelto di lavorare nel mio microcosmo, di costruire un modello sostenibile, replicabile, lento ma solido, di dimostrare con i fatti che un altro modo di fare calcio femminile è possibile, seppur più difficile. Richiede tempo, errori, autocritica, ma è l’unico modo che conosco, e se un domani questo modello potrà essere utile ad altre società, ad altri sport, ad altre realtà femminili, allora vorrà dire che tutto questo avrà avuto davvero senso».
Il suo auspicio per il futuro del Vicenza e dell’intero comparto femminile.
«Spero che il Vicenza Women’s Football Club continui a crescere come modello sostenibile e replicabile. Un club che non punta al profitto, ma alla solidità, alla formazione e alla responsabilità sociale. Negli ultimi mesi ho capito una cosa fondamentale: serve presenza.
Per il movimento femminile, spero in un futuro fatto di meno parole e più fatti. Nel frattempo, noi continueremo a lavorare nel nostro microcosmo, con coerenza, errori, correzioni e visione, perché il cambiamento vero richiede tempo, ma lascia segni profondi».
Si ringrazia la presidente Erika Maran e la società tutta per la gentile concessione.






