Nono solo tattica e parte tecnica, negli ultimi anni sta emergendo sempre maggiore attenzione verso l’aspetto mentale che abbraccia gli atleti anche nel calcio. Ne abbiamo parlato in un’intervista con Alessia Fiore, psicologa clinica di sport e motorsport e della performance artistica. La formatrice e mental trainer, con competenze anche nell’ambito della disabilità e dello sport paralimpico e dell’inclusione, segue sia persone udenti sia persone sorde, usando la Lingua dei Segni Italiana (LIS) quando necessario.
Alessia come e perché negli ultimi anni nel calcio, ma nello sport in generale, la figura di psicologi e mental coach si sta diffondendo?
“Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza che la performance non dipende solo dal talento o dalla preparazione fisica, ma anche dalla dimensione mentale ed emotiva. Nel calcio, come in tutto lo sport, la differenza spesso non la fa solo il corpo, ma la capacità di
gestire pensieri ed emozioni. Allenare la mente, gestire l’errore e lo stress, rafforzare la
motivazione e il dialogo interiore rappresentano aspetti fondamentali per l’equilibrio tra rendimento e benessere. Oggi atleti e staff vivono pressioni costanti, aspettative elevate, giudizi continui e ritmi sempre più intensi: in questo scenario, la figura dello psicologo dello sport non può più essere un supporto occasionale, ma una presenza stabile nello staff.
Non si interviene solo nei momenti di crisi. Così come si allena la parte fisica, tecnica e tattica, è necessario allenare anche la mente. Quella che spesso viene definita la “parte invisibile” della prestazione è in realtà una delle più determinanti.
È per questo che, anche nel calcio femminile, sempre più club stanno investendo sulla figura dello psicologo dello sport: è ormai evidente che la performance non si gioca solo sul piano fisico, ma anche su quello mentale”.
Come si costruisce un rapporto di fiducia con un tecnico e con l’atleta? È più complicato negli sport di squadra rispetto a quelli individuali?
“La fiducia si costruisce nel tempo, attraverso l’ascolto, il rispetto dei ruoli, il dialogo, l’empatia e la chiarezza degli obiettivi. Con l’atleta, la fiducia nasce dalla percezione di uno spazio sicuro e accogliente, dove può esprimersi senza sentirsi giudicato. Con il
tecnico è fondamentale creare un’alleanza basata sulla collaborazione: lo psicologo non sostituisce l’allenatore, ma lo affianca, traducendo bisogni emotivi e dinamiche di gruppo in
strumenti utili per l’atleta e per la squadra.
Non parlerei di maggiore o minore complessità negli sport di squadra, ma di complessità diverse. Anche negli sport individuali nessuno è davvero solo: dietro ogni atleta c’è sempre un team e un lavoro di squadra che spesso non si vedono.
Negli sport di squadra, si aggiunge un livello ulteriore: lo spogliatoio, le relazioni, i ruoli, la leadership, le differenze culturali e l’identità condivisa. L’intervento psicologico si concentra proprio su questi aspetti, affinché un insieme di individui possa trasformarsi in una squadra”.
Quanto incide avere una mente “libera” prima di una gara e durante la settimana?
“Pesa moltissimo, ma avere una mente libera non significa non provare emozioni, bensì saperle riconoscere e gestire. La stanchezza mentale incide sulla lucidità, sulla reattività, sulla capacità decisionale e sull’autostima. Un atleta può essere fisicamente pronto ma mentalmente sovraccarico e questo si riflette inevitabilmente in campo.
Il lavoro mentale durante la settimana è fondamentale quanto quello fisico. Allenare la mente, lavorare sulle emozioni e sul dialogo interiore permette all’atleta di costruire, giorno dopo giorno, basi solide che lo aiutano a performare meglio nei momenti di pressione.
Una mente libera consente di entrare in gara più presenti, centrati ed efficaci: è come togliere il rumore interiore di fondo”.
Come si aiuta l’atleta davanti a commenti negativi o anche troppo positivi di stampa e social?
“Oggi gli atleti vivono immersi in un flusso continuo di giudizi. Il rischio è costruire la propria identità sulle opinioni esterne: una partita buona ti rende un fenomeno, una sbagliata ti fa diventare il peggior atleta, anche a distanza di poche settimane. Si lavora sulla costruzione di un’identità stabile che non dipende dal risultato o dal giudizio esterno. Lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a distinguere il proprio valore personale dalla performance del
momento, a sviluppare un’autostima solida e a creare filtri emotivi rispetto all’esterno.
Si lavora molto sui confini psichici e sul dialogo interiore: è fondamentale imparare a mantenere la giusta distanza dalle critiche e dagli elogi, ricordandosi sempre che l’errore e il successo non definiscono la persona”.
Quali sono i segnali più comuni di un disagio psicologico in un atleta?
“I segnali possono essere diversi e spesso sottili: calo di motivazione, irritabilità, difficoltà di concentrazione, perdita di fiducia, paura dell’errore, disturbi del sonno, somatizzazioni, evitamento delle situazioni di gara, isolamento dal gruppo. Riconoscerli precocemente
è fondamentale per intervenire in modo efficace. Spesso l’atleta non dice “sto male”, ma il corpo e il comportamento lo fanno al posto suo. Per questo è importante che l’atleta e lo staff sappiano osservare e chiedere l’aiuto di un professionista della salute mentale. È necessario creare una cultura in cui la difficoltà non venga vista come debolezza, ma come una dimensione normale dell’esperienza umana. Nello sport, soprattutto in alcuni
contesti come il calcio, le difficoltà vengono ancora sminuite o giudicate: su questo aspetto credo sia fondamentale fare sensibilizzazione”.
Che consiglio darebbe a giovani atleti che vivono momenti di insicurezza?
“Direi loro che l’insicurezza non è un limite, ma una parte naturale del percorso di crescita. Tutti gli atleti, anche quelli che oggi consideriamo campioni, hanno attraversato momenti di dubbio, incertezza e paura. La differenza non sta nell’assenza di paura, ma nella capacità di
fermarsi, ascoltarsi e lavorare su di sé, anche con l’aiuto di un professionista quando necessario. È importante imparare a chiedere aiuto e a vedere errori e blocchi non come fallimenti, ma come occasioni di apprendimento. Se ascoltata, la fragilità può diventare
una grande forza”.
Qual è l’episodio che ha provocato più gioia nella sua carriera?
“Più che un singolo episodio, i momenti di gioia più grandi sono legati ai cambiamenti interiori degli atleti. Ogni volta che vedo un atleta ritrovare fiducia in sé, sbloccarsi e tornare a giocare con libertà dopo un periodo difficile, per me è una grande soddisfazione.
Penso anche ad atleti con disabilità che seguo e che ho seguito, capaci di trasformare battaglie fisiche e interiori in nuova forza e motivazione. Vedere una persona trasformare una difficoltà in una risorsa è il senso più profondo del mio lavoro. Per me, il risultato più
importante è vedere l’atleta crescere come persona, dentro e fuori dal campo”.






