Fatemeh Shaban, Fatemeh Makhdoomi, Mohaddeseh Zolfi, Atefeh Imani, Zahra Pourheydar, Fatemeh Amineh Borazjani, Melika Motevalli, Atefeh Ramazanizadeh, Fatemeh Pasandideh, Sara Didar, Roujin Tamrian, Afsaneh Chatrenoor, Zahra Sarbali, Golnoush Khosravi, Mona Hamoudi, Maryam Dini, Shahnaz Jafarizadeh, Raha Yazdani, Mahnaz Rezazadeh, Zahra Khajavi, Sana Sadeghi, Zahra Ahmadizadeh, Zahra Ghanbari, Koswar Anbari e Maryam Yektaei.
Un elenco lungo, forse difficile da memorizzare. Eppure questi nomi vanno letti, ricordati, ripetuti. Non è una semplice formazione, sono le 25 calciatrici della nazionale femminile iraniana che, in questi giorni, stanno vivendo una delle situazioni più delicate e pericolose della storia recente dello sport, dove si intrecciano calcio, diritti umani e repressione politica.
Il 2 marzo, nella partita inaugurale della Women’s Asia Cup contro la Corea del Sud, le giocatrici iraniane hanno scelto di non cantare l’inno nazionale, rimanendo in silenzio ed eseguendo il saluto militare. Un gesto di dissenso che, nel contesto politico e sociale dell’Iran, equivale a una sfida aperta al regime.
Secondo fonti internazionali, la reazione è stata immediata: la televisione di Stato le ha definite “traditrici di guerra”, un’accusa gravissima in un Paese dove il dissenso è punito con estrema durezza.
Nella seconda partita, domenica 8 marzo, persa contro le Filippine e decisiva per l’eliminazione dal torneo, le giocatrici hanno ripetuto il gesto, optando ancora per il silenzio e il saluto militare.
All’uscita dallo stadio, la scena è diventata drammatica. Il bus della nazionale è stato circondato dalla comunità iraniana in Australia, che gridava “Save our girls”, mentre dall’interno alcune calciatrici chiedevano aiuto attraverso il gesto universale della mano.
La vicenda ha rapidamente superato i confini dello sport. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha lodato il coraggio delle giocatrici e ha chiesto al governo australiano di garantire loro protezione, avvertendo che potrebbero affrontare “conseguenze gravissime” se rimpatriate: “Chiedo al governo australiano di garantire la loro sicurezza e di fornire loro tutto il sostegno necessario”.
Anche Amnesty International ha espresso forte preoccupazione: secondo il campaigner Zaki Haidari, alcune famiglie delle atlete sarebbero già state minacciate, e il ritorno in patria potrebbe esporle a punizioni imprevedibili.
Nelle ultime ore, un post social di Reza Pahlavi ha aggiunto un nuovo elemento, confermando che cinque calciatrici sono riuscite a lasciare il ritiro della nazionale e a chiedere asilo politico, dichiarando la loro adesione alla Rivoluzione Nazionale Iraniana. Si tratta di Fatemeh Pasandideh, Zahra Ghanbari (capitana e miglior marcatrice della storia della nazionale), Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanizadeh e Mona Hamoudi. Le cinque atlete si troverebbero ora in un luogo sicuro.
Questa vicenda, pur lontana geograficamente, parla direttamente al mondo del calcio femminile. Mostra come lo sport possa diventare uno spazio di resistenza, visibilità e libertà, soprattutto per chi vive in contesti in cui il corpo femminile, la voce femminile e la semplice presenza delle donne nello sport sono ancora considerati atti politici.
Ora la responsabilità passa alla comunità internazionale, sportiva e non solo. Perché queste atlete non stanno chiedendo applausi, like o condivisioni: stanno chiedendo protezione. E la loro battaglia, oggi, è anche la nostra.






