Katia Serra per ventiquattro anni è stata un’importante centrocampista, giocando in Seria A dove ha vinto uno scudetto, tre Coppe Italia, una Supercoppa italiana e una Italy Women’s Cup, prima di ritirarsi dal calcio giocato nel 2010. Tutt’ora è una commentatrice televisiva, e ricopre il ruolo di Responsabile Calcio Femminile dell’Associazione Italiana Calciatori e di consigliere della Divisione Calcio Femminile della FIGC, oltre a lavorare in università dove insegna calcio e a formare i futuri allenatori di calcio femminile a Coverciano. L’ex giocatrice nativa di Bologna ci racconta ai nostri microfoni la sua esperienza nel mondo del calcio, e il suo commento sulle ultime decisioni della Federazione in merito allo sviluppo del movimento in rosa.

Katia cosa ti ha fatto innamorare del calcio?
«Io sono nata con la passione per il calcio, sin da piccola appena cominciavo a camminare calciavo la palla, perché avevo questa vocazione nel sangue, quindi è un qualcosa che non risale da un episodio, ma una cosa istintiva che è venuta dentro di me».

Raccontaci il tuo percorso calcistico.
«Io ho fatto altri sport, perché a quel tempo era vietato per una bambina giocare in un settore giovanile maschile, quindi non trovavo occasioni per praticare calcio, perciò ho fatto basket, nuoto, ginnastica artistica, softball, e l’unico momento di divertimento era il “Torneo delle Vie” del mio paesino, e visto che non vi erano regole federali io ero l’unica bambina in mezzo ai maschi: la mia squadra vinceva sempre il torneo e anche il titolo di capocannoniere della manifestazione, e quello è stato l’unico modo per poter giocare a calcio. Poi ho esordito a tredici anni in Serie B col Bologna, ma poi il mio cartellino è stato fermato perché per entrare in prima squadra bisognava avere quattordici anni. Da lì è iniziato un percorso dove ho auto la fortuna di giocare in tante squadre in giro per l’Italia, ma purtroppo in quel periodo era una necessità cambiare squadra perché i club sparivano dalla circolazione, però sono stata contenta di fare molte esperienze che sono state di vita, e contestualmente ho lavorato e studiato, perché il calcio nella mia generazione ti faticava avere un presente e un futuro, e ho fatto immensi sacrifici per portare avanti sia l’università che il calcio. Ho chiuso la mia carriera nel 2010 giocando in Spagna, dove ho sono stata la seconda giocatrice italiana ad aver fatto un’esperienza all’estero».

Ci sono differenze tra il calcio femminile attuale e quello che hai vissuto nel tuo periodo di attività?
«Quando ero in Italia mi chiedevano “cosa fai nella vita?” io rispondevo “lavoro nello sport, gioco in Serie A e in Nazionale”, mentre in Spagna potevo dire “sono una calciatrice”: questa è una differenza importante perché nelle mie esperienze italiane eravamo ancora arretrati, c’era disorganizzazione e discontinuità di presenze di club, invece quando sono andata a giocare nel club professionistico spagnolo del Levante potevo fare la calciatrice a tempo pieno e arricchirmi ulteriormente. Al mio tempo non avevamo quelle tutele che hanno le calciatrici di oggi, eravamo in poche a praticare il calcio, ma possedevamo una squadra molto importante, il fatto è che mancava un’organizzazione federale che sostenesse questo sport ed essere competitive con le altre nazionali che invece avevano già sviluppato il movimento. Avevamo comunque delle giocatrici di qualità e autodidatte nella nostra personale carriera».

Quando hai lasciato il calcio giocato sei diventata commentatrice e opinionista televisiva: un ruolo importante per te, visto che quell’occupazione è stata quasi sempre riservata agli uomini.
«Non era nei miei piani svolgere questo ruolo, fin a quando Giancarlo Padovan, al tempo presidente della Divisione Calcio Femminile della LND, a chiedermi di accettare questo incarico, mi mise in contatto con la Rai e da lì iniziò un’avventura molto affascinate e gratificante: negli anni  ho commentato partite di calcio maschile come la Serie A con Sky, Tim Cup, Serie B e nazionali maschili giovanili con la Rai, poi ho fatto l’opinionista durate le competizioni sia maschili che femminili, e per me è stata una soddisfazione importante. Mai avrei pensato di investire il tempo e le conoscenze in quell’esperienza e sono contenta di averlo fatto e di essermi divertita tanto. Ma se all’inizio ho avuto situazioni poco piacevoli, perché poco accettata e vista non rispettata nel mio lavoro, col passare del tempo l’accettazione è arrivata, e ho ricevuto sia nel mondo del calcio maschile e da parte del pubblico attestati di stima, e questo è stato ancora più bello vedere di come la percezione della mia presenza sia cambiata».

Sei attiva nell’AIC da sedici anni: com’era visto il movimento al momento del tuo arrivo? E adesso?
«Quando sono diventata referente del calcio femminile dell’AIC nel 2004 inizialmente ero invisibile perché non considerata per quello che rappresentavo, poi con l’arrivo di Damiano Tommasi nel 2011 il mio ruolo di responsabile è diventato sempre più impegnativo e così siamo arrivati a creare una squadra che si occupa di settore femminile dell’associazione, ottenendo nel corso degli anni conquiste importanti, come l’introduzione di accordi economici pluriennali, l’istituzione di un fondo in caso di fallimento societario in modo che le ragazze non perdano il loro rimborso, tutela parziale delle atlete in caso di maternità, l’assicurazione personalizzata e diretta alle calciatrici in caso di infortunio, da tre anni le calciatrici di Serie A, una per ogni squadra, hanno il diritto a votare il presidente dell’AIC, e dal 2015 abbiamo istituito il Settore Calcio Femminile dell’AIC, di cui io ne sono responsabile».

Stop definitivo della Serie A 19/20: scelta giusta o sbagliata?«Resto convinta del fatto che la Serie A sarebbe ripartita, ma per come si sono messe le cose sarebbe stato chiaro che il presidente Gravina avesse preso la decisione di non continuare. Ora pensiamo a guardarci avanti e lavorare costantemente per programmare al meglio non solo i campionati, ma anche i movimenti femminili».

Il Consiglio Federale della FIGC ha dato il via al professionismo anche nel femminile dal 2022: cosa ne pensi?
«Penso che sia un risultato importante: adesso ci sono due anni per strutturarlo e per renderlo sostenibile e praticabile. Non sarà semplice, ma necessario perché diventare professionisti serve anche a far sviluppare un intero sistema, e quindi tutti trarranno vantaggi da questa scelta. Per il momento c’è una volontà e settimana dopo settimana si comporrà di contenuti che verranno intensificati nei prossimi ventiquattro mesi».

Nonostante l’emergenza Covid-19 credi che il calcio femminile in Italia possa riprendere il suo percorso di crescita?
«Sono convinta che sia soltanto una battuta d’arresto e quindi continuerà a svilupparsi, arriveranno soldi importanti dalla FIFA, che crede fortemente nello sviluppo del calcio femminile, pertanto, oltre alla volontà che trovo nei soggetti che ci stanno lavorando, ci sono degli aiuti economici importanti per sostenere questa crescita. Perciò se qualcuno vuole investire sul calcio, il settore quello con grandi importanti potenzialità è quello delle donne, visto che il maschile ha già raggiunto livelli di saturazione e quindi ha l’obiettivo di mantenere il risultato raggiunto. Uso questa metafora: se fossi uno sponsor investirei in una start-up, che è il calcio femminile, e non su un’azienda in crisi che è invece il calcio maschile».

La Nazionale femminile ne risentirà di questo lungo periodo di pausa?
«Sarà inevitabile, perché le prime partite, ovvero quelle tra i club, saranno difficili sia dal punto di vista atletico che psicologico, visto che si sentirà la lunga inattività, ma giocare delle partite di campionato saranno di grande aiuto alla Nazionale. Negli anni precedenti si affrontavano le partite di settembre senza una gara ufficiale. Quest’anno si vede qualcosa di inedito, poiché le giocatrici hanno affrontato un buon periodo di inattività: quindi bene che la Nazionale arrivi ai prossimi impegni con nelle gambe tre-quattro partite di campionato».

I Mondiali 2023 si svolgeranno in Australia e Nuova Zelanda: qual è la tua opinione al riguardo?
«Penso siano dei luoghi dove il calcio femminile ha una sua rilevanza e credo sia molto stimolante andare a giocare in quelle nazioni. Auguro alle ragazze di arrivarci al prossimo Mondiale per rivivere l’esperienza di Francia 2019, con lo stesso spirito e determinazione mostrato nel paese transalpino e continuare a regalarci tante soddisfazioni».

Possiedi dal 2014 anche la qualifica di direttore sportivo: ti piacerebbe gestire in futuro una squadra di calcio?
«Le qualifiche non mi mancano, visto che ho anche quello di allenatore professionista e match analyst e due lauree, tuttavia non conosco il mio futuro, so soltanto di quello che farò da qui fino a fine dicembre 2020, poi sarà tutto da costruire, ma di sicuro voglio restare nel mondo del calcio, che sia femminile o maschile».

La Redazione di Calcio Femminile Italiano ringrazia Katia Serra e l’Associazione Italiana Calciatori per la disponibilità.

Photo Credit: Facebook Katia Serra

Elia Soregaroli
Nato il 12 luglio del 1988 a Cremona, Elia ha sempre avuto una grande passione per il mondo del giornalismo, in particolar modo a quello sportivo. Ha due esperienze lavorative in questo settore, IamCalcio e ManerbioWeek (che è attualmente in corso), un workshop con l'emittente televisiva Sportitalia, e uno stage curricolare con il Giornale di Brescia. Si avvicina al calcio femminile nel 2013 grazie ai risultati e al percorso del Brescia CF e da allora ha cominciato ad occuparsi anche del movimento in rosa. Oltre a questo ho come hobby leggere libri e i balli latinoamericani.