Il giorno seguente la mancata qualificazione della Nazionale italiana al Mondiale 2026, la VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati ha chiesto, e prontamente ottenuto, la mia disponibilità per un’audizione sullo stato di salute del calcio italiano. Confronto auspicato e condiviso, almeno nelle poche ore in cui è rimasto in agenda, sia dalle forze parlamentari di maggioranza sia da quelle di minoranza. Perché, purtroppo, è stato cancellato il giorno successivo, pochi istanti dopo aver rassegnato le mie dimissioni dalla carica di presidente della FIGC, come se i problemi del movimento calcistico fossero conseguentemente risolti. Per chi dovesse oppugnare il fatto che con le dimissioni il sottoscritto non sia più in carica, a scanso di equivoci, è bene sottolineare che lo Statuto federale prevede che io resti in prorogatio per l’ordinaria amministrazione fino al 22 giugno, data in cui è già stata convocata l’Assemblea Straordinaria Elettiva. Ad ogni modo, siccome ritengo corretto non sottrarmi al dibattito e, perché no, anche alla critica, ho deciso di pubblicare lo stesso la relazione predisposta per l’audizione. Con l’auspicio che sia da stimolo per una riflessione e per un opportuno approfondimento anche per coloro che, nei giorni scorsi, hanno voluto aggiungere la propria opinione al già affollatissimo partito di chi ritiene di avere la ‘soluzione in tasca’.

Le criticità del sistema calcio italiano sono ben note da anni, richiamate in molteplici documenti ufficiali, che differiscono solo per i dati statistici in costante peggioramento, a conferma del fatto che si tratta per lo più di deficit ormai strutturali. Perché non si fa niente per correggere il trend negativo? Di seguito proverò a spiegare, attingendo agli ultimi dati disponibili, perché – nella stragrande maggioranza dei casi – l’impossibilità di intervenire efficacemente, dovuta sia a fattori interni al sistema sia esterni ad esso, abbia sin qui preso il sopravvento sull’incapacità di individuare possibili soluzioni. Se vogliamo il bene del calcio italiano, in quanto movimento sportivo nel suo complesso, è necessario fare chiarezza sulle reali competenze della Federazione, delle Leghe (quindi dei Club) e delle istituzioni. Troppe imprecisioni, se non addirittura vere e proprie falsità, infatti, alimentano la ricerca di colpevoli a tutti i costi, ma soprattutto la diffusione di convinzioni errate. Rischio, quest’ultimo, che penalizza ancor più del primo la vera ricerca di soluzioni ai problemi del nostro calcio.  A mio avviso, infatti, non è un caso che nelle materie di diretta ed esclusiva competenza federale (sostenibilità sociale e ambientale, progetti giovanili e scolastici, programma di formazione e sviluppo delle Nazionali giovanili, solo per citarne alcune), si siano raggiunti risultati ragguardevoli, al contrario delle materie in cui gli interessi delle componenti, così come le reciproche autonomie, si sovrappongono a tal punto da arrivare ad ingessare il sistema.

Gabriele Gravina


Il passaggio sul calcio femminile

  • Sviluppo del calcio femminile:
  • benché il riconoscimento del professionismo per il calcio femminile (la FIGC è stata l’unica Federazione sportiva ad averlo fatto) sia stato salutato unanimemente come una ‘conquista di civiltà’, al di là dell’intervento spot assicurato per un triennio (poi rifinanziato per un ulteriore anno) nella legge di bilancio 2020 (cd “legge Nannicini”), i costi del passaggio al professionismo del calcio femminile sono interamente a carico di club e Federazione;
  • viceversa, in Spagna, il contributo pubblico per il passaggio del calcio femminile al professionismo è stato di quasi il doppio (20 mln euro nel triennio, contro 10,7);
  • in media, un club di Serie A femminile spende oggi 4,4 mln euro, ovvero più del “contributo Nannicini” previsto per l’intero settore, a fronte di ricavi di poco superiori al milione di euro;
  • il passaggio al professionismo ha determinato un aumento dei costi di circa il 40%, prevalentemente dovuti al maggiore carico fiscale. Complessivamente, il costo del lavoro ha sfiorato nel 2023/2024 i 30 mln di euro totali, più di un terzo rappresentati da imposizione fiscale;
  • anche in questo caso, le articolate proposte di misure pubbliche di sostegno avanzate dalla Federazione e dalla Divisione Serie A femminile sono rimaste lettera morta.
  • Riforma del sistema arbitrale:
    • altro ambito rispetto al quale l’attuale Statuto federale – in ossequio a quanto reclamato anche dalla politica (si veda, da ultimo, la Risoluzione della VII Commissione permanente del Senato Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica, spettacolo e sport del 5 marzo 2025, di seguito “Risoluzione Commissione Marcheschi”) – riconosce all’AIA una sostanziale, rafforzata autonomia, che ha sin qui reso non semplice il processo di riforma.

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