Giada Aldini è una calciatrice che conosce e ha conosciuto la Serie A e che, una volta conclusi gli esami di maturità, ha ascoltato la vocina interiore che le diceva di provare a lanciarsi in una nuova avventura, e ha scelto di lasciare l’Italia per andare a giocare in un college statunitense, affiancando lo studio alla passione per il calcio in un connubio che negli USA esiste solo se i due sono strettamente allacciati. Aldini ha rilasciato un’intervista in esclusiva alla Redazione di Calcio Femminile Italiano e si è raccontata attraverso la sua vita d’oltreoceano.
«Ho giocato a Sassuolo per nove anni, ero in un posto in cui il calcio femminile stava maturando, crescendo ed evolvendosi in una Società che ha sempre creduto nel femminile e nel giovanile. Dal 2015, quando ha comprato il titolo della Reggiana, ho visto le cose cambiare. Sono stata forse una delle ultime che, uscite da Sassuolo, ha conosciuto la generazione prima, l’ha toccata con mano e ha conosciuto quella dopo. La Società si stava strutturando per raggiungere quella che è stata la Promozione in Serie A», l’avventura di Aldini nel calcio muove i primi passi con la maglia neroverde, squadra che l’accompagna fino alla massima serie e che fa fiorire in lei l’amore per questo sport.
La scelta di partita per gli Stati Uniti è stata motivata dalla ferma volontà di unire sport e carriera scolastica senza dover rinunciare all’una o all’altra cosa, conoscendo anche il percorso di alcune ragazze che, prima di lei, avevano fatto questo salto nel vuoto atterrando in piedi e non dovendo fare a meno del calcio o dello studio: «La decisione di partire per gli Stati Uniti nasce nella visione di qualche compagna che ha preso questa strada. Ci siamo detti con la famiglia: “Visto che le cose con il calcio stanno andando bene, perché non provare in un luogo in cui credono nel calcio femminile?”, insomma, ho studiato, mi sono diplomata al liceo e ho sempre avuto l’idea di voler continuare a studiare e conciliare le due cose senza dover trascurare l’una o l’altra cosa, quindi nasce da questa volontà.»
Come affermato poc’anzi, in un college negli Stati Uniti non si possono trascurare lo sport e la carriera accademica, e si ha difatti la figura dello studente-atleta che deve bilanciare la propria vita in modo da giostrarsi bene in tutti e due i campi: «Nella mia Università, quella del North Alabama, i coach ricevono mensilmente i corsi che seguo con la media dei voti, se è troppo bassa mi viene detto di fare più ore di ‘Study’, dove c’è un advisor che mi segue, quindi non si può trascurare né l’uno, né l’altro. I professori sanno quali sono i miei impegni e quando non posso essere in classe: ho mandato loro una lettera a inizio semestre per metterli al corrente, il venerdì devo andare in Illinois per andare con la squadra e quindi non sarò presente in classe», lo sport e lo studio sono allo stesso livello d’importanza.
La vita di Giada Aldini negli Stati Uniti non è, come si può essere erroneamente portati a pensare, come quella che si vede nei film ambientati al college, dove tutto va sempre bene e c’è sempre un lieto fine. L’ex neroverde ha infatti dovuto convivere con infortuni importanti che ne hanno condizionato la permanenza; malgrado le difficoltà, però, ha voluto farcela da sola, e non è mai stata abbandonata dalla comunità che la circondava, pronta a sostenerla: «Vengo da un infortunio al crociato datato 2020, quando ancora giocavo al Sassuolo, e quando mi sono riabilitata nel 2021 sono rientrata, ma in questi tre anni di college ho dovuto affrontare un’operazione al crociato al mio ultimo anno di matricola, e sfortunatamente ho avuto una recidiva alla stessa gamba quest’anno. Credo che per i miei genitori non sia stato semplice. Ho detto ai miei che non li avrei voluti, perché il momento in cui ho avuto gli infortuni sarei rientrata a breve, quindi ho voluto farcela da sola. Ci siamo sentiti al telefono, e devo anche ringraziare i miei amici e due ragazze italiane della mia Università che giocano a basket e mi hanno salvato la vita quest’anno. Devo anche ringraziare la “comunità”, che è il college e la cittadina in cui sono, non mi sono mai sentita sola.»
Testando sulla propria pelle e con le proprie gambe due realtà diverse come lo sono la Serie A e i campionati collegiali statunitensi, Aldini ha potuto stilare una specie di elenco di differenze tra la massima serie italiana e il campionato in cui milita in questo momento, mettendo in particolare l’accento sulla cultura e sulla sua forza di volontà nel mantenersi allenata sia tatticamente, sia fisicamente, benché quanto richiesto negli States si focalizzi in misura maggiore sulla fisicità: «Sicuramente la grande differenza tra il college e il Sassuolo e Ternana è la vastità d’età in una Prima Squadra, che è diversa da quella del college, dove giochi con le tue coetanee o un lasso d’età di differenza di due o tre anni, in Prima Squadra in Italia giochi anche con chi ha dieci o quindici anni in più di te. Si conoscono culture diverse, perché ho avuto compagne di squadra americane, svedesi, inglesi, e ho avuto anche una neozelandese, quindi si fa conoscenza di culture diverse, routine diverse, e tutto ci aiuta a capire che non tutto è come a casa nostra, che ci sono abitudini che non abbiamo noi. Sul piano calcistico, loro chiedono tanto fisicamente. La parte prettamente fisica, quindi il lavoro fatto sull’aerobico misto e la palestra, cose che a quell’età da noi non vengono richieste, o comunque in volumi inferiori. Sul piano tattico la differenza si vede, ci sono ragazze meno esperte che magari hanno giocato meno. Tatticamente e tecnicamente nessuno può “mangiare in testa” agli europei, ci sono tante variabili che sono diverse. Sta sempre al singolo tentare di mantenere il livello acquisito, io ad esempio guardo le partite, cerco di capire cosa posso migliorare, la crescita è molto personale e può avvenire anche sotto altri frangenti. Spesso ho chiesto consigli, anche la conversazione col coach è sempre ben accetta»
«Il college fa un campionato universitario, ci si divide tra Division I, Division II e Division III, ci sono gli Students College del primo e secondo anno, nella Division I ci si divide tra Major e Mid-Major, ci sono milioni di università. Giochiamo contro altre Università: ci sono le Conference, che sono territoriali, e la nostra copre Kentucky, Illinois, e chi vince la Conference va a giocare a livello nazionale, l’MSWA, il torneo più alto della carriera collegiale, su base nazionale e con tutti gli sport, puoi finire a giocare dall’altra parte degli Stati Uniti. I vincitori di ogni Conference si vanno a giocare la competizione nazionale», e vi sono anche delle similitudini con la Women’s Premier Soccer League, visto che si parte da una divisione territoriale che, in caso di vittoria, può arrivare a livello nazionale, iniziando dalle Conference per giungere al livello Nazionale. Come la seconda divisione degli Stati Uniti, il periodo in cui si gioca è relativamente breve e si concentra in un unico semestre durante il quale le ragazze devono dare tutto per giocarsi i playoff a livello nazionale: «Si gioca due volte a settimana su un solo semestre: ogni università deve sostenere decine di sport, quindi ogni università ha il Dipartimento di Athletics, che si occupa di quattordici sport, nel nostro caso, ma Università più grandi ne hanno tanti altri di più; ogni sport gioca un semestre, per esempio entro in Università di solito a luglio e finisco il campionato a novembre, l’università comincia ad agosto e il semestre finisce a dicembre.»
Il calcio statunitense è universalmente ritenuto il migliore e il più forte al mondo. Giada Aldini spezza però una lancia in favore dell’Europa e dei suoi campionati, che sono in crescita e in evoluzione, citando anche Sofia Cantore, che si sta inserendo bene nel Washington Spirit, come una figura da lei incontrata sulla propria strada nel mondo del calcio: «Si sta alzando il livello anche in Europa, non è più così inarrivabile, secondo me! La superiorità si è vista anche quando si è giocata Italia-USA, ma credo e mi auguro che il calcio europeo impareranno e arriveranno a quel livello, forse meglio di quello, tatticamente e tecnicamente parlando. Sofia l’ho conosciuta l’anno che ho esordito in Serie A. Non credo si ricorderà di me, però la conoscevo quando si è spostata a Sassuolo; è una persona che ho incontrato sul mio cammino.»
Sono tanti gli aspetti di vita in cui la giocatrice ha già notato dei cambiamenti evidenti, sia a livello di persona, sia a livello di calciatrice, segnalando quelle che sono, a suo parere, alcune lacune del sistema calcistico italiano su cui si può lavorare affinché questo migliori: «Padroneggio una seconda lingua, che oggi è fondamentale: poter cambiare lingua senza troppo pensare è la cosa che cambia subito. Dal punto di vista calcistico, la capacità di poter incontrare così tante realtà e conoscere persone e culture diverse, perché gli Stati Uniti sono uno stato unico, ma chi vive a New York ha abitudini completamente diverse da chi vive al Sud, e secondo me apre un sacco di porte dal punto di vista delle amicizie, tattico, tecnico, di idee che arrivano e che vanno assorbite. Mi porto più a casa la parte umana che tattica, anche quella fisica e la capacità di poter dire che se si lavora i risultati si vedono. La cosa che dobbiamo imparare da loro è l’applicazione della palestra alla parte di campo e di prevenzione.»
La parola che al meglio descrive e rappresenta un’Università di sede negli Stati Uniti è “comunità”: «Ti parlo di Mid-Major, quindi di un buon livello di Division I, con diecimila studenti e quattordici squadre da sostenere. In Università mi conoscono tutti e non mi sono mai sentita sola: mio papà l’anno scorso mi ha raggiunto quando mi sono operata ai menischi e gli ho fatto conoscere una famiglia che mi è sempre stata accanto; c’è anche stata la mia Mentor, una figura esterna che mi aiuta ed è fornita dall’università, è venuta le notti che avevo bisogno per potermi alzare. Noi stiamo costruendo il nuovo stadio ed è finanziato da privati, persone che finanziano i programmi, soprattutto del Dipartimento di Atletica, e danno dei soldi per i viaggi e la parte di cibo, quindi è la parola più bella da poter usare. A Florence non ci si va per turismo, qui mi ha regalato una “comunità”, la parte umana di quello che è il college», la comunità di Florence vive per la sua università e vuole assicurarsi che le studentesse e gli studenti si trovino bene e si vivano il periodo del college serenamente.
A Florence le infrastrutture che permettono alle calciatrici e alle altre atlete di allenarsi e di giocare sono numerose e sempre all’avanguardia, e un fattore che differenzia gli Stati Uniti dalla Serie A è anche il pubblico che si presenta ai palazzetti e agli stadi a vedere le competizioni universitarie, andando ancora a rimarcare come il calcio, e più in generale lo sport, rivestano un ruolo di prim’ordine nella comunità: «Florence, dove vivo e ha base l’Università del North Alabama, abbiamo un palazzetto, un campo da calcio che è anche da football, un campo da baseball, uno da softball, campi da beach volley, campi da tennis. Hanno buttato giù lo stadio da baseball e hanno messo un campo e spazi nuovi, costruiranno uno stadio che sarà polivalente e potrà avere diecimila persone. Sono stata in Georgia, ad Atlanta, e hanno uno stadio in erba. L’università ti offre delle infrastrutture che forse in Italia ti offre la Serie A. L’anno scorso, in una partita di campionato, abbiamo avuto duemilacinquecento persone a vedere, normalmente si hanno cinquecento o seicento persone in media.»
Parlando ancora di “comunità”, Aldini ha sentito la vicinanza delle persone anche e soprattutto alla fine delle partite: «Le mie compagne sono fortunate, vedono la mamma e il papà a vederle, ma non c’è stata una volta che io sia uscita dal campo senza che nessuno mi dicesse qualcosa o facesse il tifo per me, e questa è una cosa meravigliosa. Sono super autocritica, e difficilmente mi dico che ho giocato bene, però non c’è mai stata una volta in cui io mi sia sentita persa, c’era sempre qualcuno pronto a darmi il sorriso o a raccogliermi le lacrime, e sono uscita dal campo piangendo un bel po’ di volte, avendo passato quegli infortuni.»
Se Aldini dovesse estrapolare dai propri ricordi tre momenti da poter utilizzare come fotografie del proprio percorso negli Stati Uniti, saprebbe senza dubbio affermare quali sono: «Il primo è lo scorso anno, al mio rientro dal problema al crociato, e ho segnato vincendo la partita. Quell’abbraccio non me lo scorderò mai. Il secondo è quando abbiamo giocato la finale di Conference al mio primo anno. Il terzo, invece, quando sono uscite le ‘Post-Season Award’ e mi hanno nominato tra le migliori marcatrici del campionato e tra le migliori 33.»
Come succede nella National Women’s Soccer League e nella Women’s Premier Soccer League, anche a livello collegiale le migliori calciatrici vengono insignite di premi, benché scritti, per il loro operato in campo, e a fine anno c’è una premiazione che ha dei riconoscimenti interessanti: «I riconoscimenti sono scritti, difficilmente sono targhette che ti porti a casa. Tutte le settimane c’è la Player of the Week, e via dicendo, e alla fine costruiscono le tre migliori squadre, quindi con le trentatré migliori matricole all’interno del campionato, squadre di Conference. A fine anno ci sono gli ‘Awards’ del Dipartimento di Athletics, e ci sono tutti gli sport con i migliori di ogni sport, anche il preferito dai fan…»
In una rosa cospicua, fatta di trentacinque ragazze, Aldini è tra le poche che riescono a giocarsi una maglia da titolare di partita in partita. Vige, infatti, un sistema meritocratico che porta solo le migliori a indossare gli scarpini prima di una partita, ed è per questo che ogni atleta deve giocare e allenarsi in modo da meritarsi la titolarità. La competizione, la ricchezza delle persone e l’ambiente hanno riacceso, nella giocatrice, la passione per il calcio che, anche a causa degli infortuni e di alcuni momenti “no”, un po’ era andata perduta: «Noi siamo trentacinque, con una rosa così ampia c’è anche un gap molto ampio tra chi gioca e chi no, e per mia fortuna non sto in panchina! Sono trentacinque, ce ne sono diciotto brave e saranno quelle a ruotare, le altre provano invece a fare di tutto per poter giocare. Il calcio negli USA ha riacceso la mia passione per il calcio e la mia voglia di divertirmi, mi ha fatto sentire ancora competitiva. L’anno prima di partire ho giocato a Terni, e non ho giocato tanto, quindi non è stato un anno semplice. Ho avuto l’onore, e lo ringrazierò sempre, di conoscere Fabio Melillo, una figura fondamentale per il calcio femminile italiano. Quando a fine anno sono arrivati gli ‘Awards’, ho chiamato mamma e papà e ho detto: “Sono ancora capace, ce la posso fare ancora”, sono riconoscentissima al mio college.»
Un’altra parola che fa parte del vocabolario dell’ex neroverde è “riconoscenza”, quella che forse per lei è la vera parola chiave del suo percorso nel calcio: «Al Sassuolo, a quello che mi ha donato, come la possibilità di esordire in Serie A, di giocarci, di allenarmi, di giocare il Torneo di Viareggio e di riabilitarmi dopo essermi rotta il primo crociato; alla Ternana, per avermi accolto, e all’America, che mi ha accolta in un momento in cui ero rotta e mi ha fatto rivedere come la passione sia sempre la stessa. Nonostante possano cambiare le culture e le lingue, quando giochiamo a calcio parliamo tutte la stessa lingua, è il valore più grande che il calcio mi ha insegnato. Sono sempre stata molto fortunata: il mio liceo mi ha sempre permesso di seguire il mio sogno, e non mi dimenticherò mai che, quando sono stata convocata in Serie A, ho telefonato al professore e mi ha detto di esserci, sia da genitore, sia da professore. Non ho mai dovuto accantonare qualcosa per raggiungere l’altro. Se sono dove sono adesso, lo devo anche ai miei professori, e ho piena riconoscenza per loro», perché una delle cose belle del calcio è che, anche quando le nazionalità, le lingue e le culture sono diverse, quando si è in campo si è tutte uguali e capaci di comunicare utilizzando la stessa lingua.
«Adesso sto conoscendo questo mondo, che sarà la mia seconda casa, ma l’Italia c’è e ci sarà sempre: ogni tanto mi dico, ‘Fabio mi avrebbe detto di farla diversamente’, ‘Piovani mi avrebbe detto di farla in un altro modo’, ‘Mister Nicoli avrebbe voluto che lo facessi in un altro modo’, e quindi tutto torna», i tre tecnici che hanno accompagnato la giocatrice nel suo percorso con le maglie calcistiche in Italia ritornano sempre, anche adesso che è negli Stati Uniti e che vive in un contesto del tutto diverso.
Un’altra parola che secondo Aldini descrive gli Stati Uniti è “accoglienza”, quella che ha provato fin dal suo arrivo, anche se i primi mesi sono stati complicati nel corso del suo adattamento a una nuova realtà. L’“atto di coraggio”, così come l’ha definito la calciatrice per quel che riguarda la sua partenza alla volta degli Stati Uniti, è qualcosa che lei ripeterebbe senza esitare: «Mi hanno accolto a braccia aperte. Il Sud degli Stati Uniti è un po’ come il Sud a casa nostra, l’accoglienza è stata fondamentale e mi sono sentita subito parte della squadra, nonostante si possa parlare una lingua diversa giocando a calcio tutte parlano la stessa, e in un qualche modo ci si riconosce, anche quando le parole non sono mai abbastanza. I primi mesi sono stati impegnativi. Non era facile comunicare con le persone, però hanno sempre fatto di tutto perché mi sentissi a mio agio; è stato difficile abituarsi, però ripartirei ancora.»
Con una valigia da dieci e una da venti chili, senza conoscere nessuno e neanche il posto, Giada Aldini ha lasciato tutto per andare a giocare dall’altra parte dell’oceano prendendo un aereo da sola, ma alcuni piccoli segni sulla pelle le sono rimasti accanto tutto il tempo: «Nella vita bisogna essere coraggiosi. Ho tatuato addosso ‘Keep Going’, che mi indica che bisogna guardare avanti, facendo però le cose un passo alla volta, qui ed ora, che possono cambiare la prospettiva, e ho scritto ‘Perspective’, perché bisogna essere in grado di vedere le cose da un’altra prospettiva, e poi ho scritto anche ‘Do It’, e un tatuaggio con mia sorella sull’altro braccio, e tutto questo mi sta accompagnando. La riconoscenza va anche alla mia famiglia, perché senza non sarei qui a raccontare, ogni tanto ci hanno creduto di più loro di quanto ci abbia creduto io; mi hanno sostenuto a distanza, e compivano i passi con me.»
«Mi auguro di poter far fruttare tutto quello che sto imparando, è questo il mio obiettivo», Aldini ha le idee molto chiare e sa già che cosa vuole fare alla una volta concluso il percorso, che in primis si vede nel desiderio di crescere come persona. Un aspetto su cui si focalizza, quando torna in Italia, è quello di aprire gli occhi alle studentesse e agli studenti, perché c’è un mondo da scoprire al di fuori ed è possibile coniugare sport e carriera scolastica senza dover rinunciare a un aspetto della propria personalità: «Le Università italiane sono il top di gamma, però cerco di spiegare ai ragazzi che esiste qualcosa al di fuori, e si possono fare le cose se si ha voglia e ci si mette in gioco. Sono partita a diciannove anni, da sola, per l’America, a ottomila chilometri, e lo rifarei. Mi ha insegnato tanto, nonostante non sia stato semplice.»
Al momento, Giada Aldini è una studentessa Junior che terminerà, con il semestre della seconda parte del 2026, il suo terzo anno del college, e le manca ancora l’ultimo anno da Senior, dopodiché il suo cammino negli Stati Uniti sarà giunto al capolinea. Una certezza che ha è di voler tornare in Italia a studiare Fisioterapia e di poter ritornare al meglio in campo, e noi non possiamo fare altro che augurarle il meglio e di ritornare a casa più matura, diversa e, soprattutto, con la stessa passione per il calcio.
Si ringrazia tantissimo Giada Aldini per il tempo, la disponibilità e l’intervista, con l’auspicio che il suo percorso negli Stati Uniti prosegua nel migliore dei modi!






