Ospite del podcast Supernova, condotto da Alessandro Cattelan, Sofia Cantore ha raccontato la sua nuova vita negli Stati Uniti, tra professionismo, pubblico americano e passioni fuori dal campo. Il racconto parte da un simbolo, la maglia della finale: “Questa è una maglia vera di partita, della finale del campionato”.
Il numero 27 che indossa ha un significato preciso: “L’ho scelto perché ce l’aveva la mia migliore amica al Bayern. Quando è andata via dalla Juve ho preso il 27 simbolicamente in suo onore”.
Oggi vive in Virginia, a pochi chilometri da Washington, insieme a molte compagne di squadra: “Viviamo quasi tutte lì in appartamenti che sembrano hotel, con piscina, barbecue e reception, a 10 minuti dal campo. C’è un pub dove andiamo sempre a festeggiare dopo le partite”. Anche nei dettagli emerge la differenza con l’Italia: “Non è uno di quei Ford giganti americani, ma va benissimo”.
L’impatto con il pubblico è stato decisivo: “Al nostro stadio, che ha 23.000 posti, nei playoff era sempre pieno. In Italia non fai questi numeri nemmeno con la Nazionale”. E sottolinea anche la diversa cultura sugli spalti: “Allo stadio vengono soprattutto famiglie, tanti bambini e bambine, ma il genere è bilanciato. È una tifoseria felice, positiva: se sbagli ti applaudono e ti dicono “alla prossima””. Poi aggiunge: “È vero che un pubblico caldo aiuta, ma lì tendenzialmente non ti insultano come in Europa o in Italia. È una cultura diversa che sto scoprendo e per ora mi piace”.
Sul sistema americano spiega: “Ogni squadra ha un budget a inizio anno per formare la rosa. Questo rende il campionato davvero competitivo: puoi giocare contro l’ultima e non sapere se vinci o perdi, è divertente perché le squadre sono livellate”. E sul tema della parità salariale osserva: “Qui ha senso parlare di parità perché fanno gli stessi numeri dei maschi. Megan Rapinoe ha lottato tanto per questo”.
Tra le compagne cita anche Trinity Rodman: “È fortissima, è la nuova star del calcio femminile. È giovanissima, del 2002. Nonostante la fama è una persona molto tranquilla, non ha routine diverse dalle nostre o atteggiamenti da diva”.
Lo standard professionale americano, per lei, rappresenta il massimo livello: “Alla Juve sei comunque professionista, ma in America è l’apice. In trasferta abbiamo due guardie del corpo, la team manager pensa a tutto: carta di credito, numero di telefono, non ti devi preoccupare di nulla”. E ancora: “Al campo ti danno tutto: shampoo, balsamo, deodorante, persino gli elastici per capelli. Mi ero quasi dimenticata come si vive, non porto mai nulla nello spogliatoio”.
L’adattamento passa anche dalla quotidianità: “In mensa facciamo pranzo al campo: riso in bianco, noodles, cibo asiatico. Mettono salse tipo teriyaki ovunque”. E confessa: “Ho iniziato a mangiare le uova strapazzate col ketchup a colazione, lì è comune”. A casa, però, mantiene le sue abitudini: “Cucino io, mi piacciono i risotti”.
La presenza del fratello è un punto fermo: “Sì, vive in zona Washington, fa il ricercatore biologo. È un altro “cervello in fuga” come me”.
Parlando del campo aggiunge: “In America paradossalmente i campi sono alla misura massima, sono più grandi che in Europa. Le prime partite vedevo questi spazi immensi e mi sembrava di non arrivare mai”.
Spazio anche alle passioni personali: “Ho iniziato a suonare, ho comprato una console. Mi piace la Tecno e l’EDM, l’ho imparato l’anno scorso a Torino da un DJ”. Ma precisa: “Io per ora sono a livello base, mi vergogno a suonare in pubblico finché non sarò brava”. E chiarisce: “Non è un piano B per la carriera, ma mi perdo via per ore a mixare”.
Infine, il suo rapporto con il calcio resta equilibrato: “Cerco di dare al calcio una posizione precisa nella mia vita, passione sì, ma non troppo”. E sui modelli che l’hanno ispirata conclude: “Le icone, a parte la brasiliana Marta, sono quasi sempre state americane come Megan Rapinoe e Alex Morgan. Io sono cresciuta più con loro che con le calciatrici della Serie A, perché prima il nostro campionato non si vedeva in TV”.






