Photo Credit: Emanuele Colombo - Photo Agency Calcio Femminile Italiano

La Roma è approdata ai quarti di Coppa Italia vincendo il ritorno con la Lazio senza Manuela Giugliano, centrocampista squalificata dal Giudice Sportivo per ‘espressioni blasfeme’ riguardanti il match d’andata. A riguardo ad esporsi, tramite social, è stata la giornalista Sara Meini che ha difeso la giallorossa postando: “Manuela Giugliano, una delle migliori giocatrici italiane, è stata squalificata per espressione blasfema ormai una settimana fa. Non mi ero espressa prima, non per prudenza ma per mancanza di tempo. Stamattina sono sul divano. E no, non mi passa”.
La giornalista della RAI poi ha aggiunto sulla vicenda: “Manuela la seguo da anni, da bordocampo. E non l’ho mai sentita bestemmiare. Detto questo, in una partita tirata, sporca, nervosa, può succedere tutto. Anche un errore. Ma c’è un problema. L’arbitro non ha sentito. Gli assistenti non hanno sentito. Il quarto uomo non ha sentito. Eppure interviene la Procura federale. Ne ha diritto, certo”. 

Sara Meini ha quindi sottolineato: “Ma una domanda per me diventa inevitabile. Nel calcio maschile c’è la stessa attenzione all’educazione? Funziona davvero allo stesso modo? Perché io ho sentito bestemmie chiarissime dalla mia postazione o in diretta tv, senza bisogno di interpretazioni, mentre guardavo le partite con mia figlia. E lì, silenzio. Nessuna squalifica. Nessuna urgenza morale. Mettiamolo bene in chiaro, per evitare equivoci comodi: se Giugliano ha sbagliato, è giusto che paghi. Punto. Ma che sia un esempio vero, non selettivo. Per tutte e per tutti. Perché squalificare la migliore giocatrice della Roma proprio per la partita di ritorno più importante di Coppa Italia, contro la Lazio, non è solo “curioso”. È una scelta che fa rumore”.

Meini ha poi concluso esprimendo i propri dubbi sull’accaduto: “E voglio ripeterlo, lentamente, per chi fa finta di non sentire: se ha sbagliato, giusto punirla. Ma se esistono due pesi e due misure, se nel calcio femminile si interviene perché “tanto non succede nulla”, allora il problema non è l’espressione blasfema. Il problema è molto più grave. Ed è quello che non possiamo permetterci di accettare. Perché mentre si invoca il rispetto a intermittenza, il calcio femminile italiano continua a perdere le sue migliori giocatrici, costrette a cercare altrove ciò che qui ancora non viene garantito: tutele, coerenza, credibilità. E se le regole valgono solo quando conviene applicarle, il messaggio che passa è chiaro. Non educativo. Non equo. E soprattutto, non sostenibile. Questo non è un caso isolato. È un sistema che così rischia di indebolirsi da solo”.

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