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La finale di Coppa Italia Femminile tra Roma e Juventus Women non è stata una gara spettacolare sul piano delle occasioni, ma è stata una partita estremamente significativa dal punto di vista tattico e mentale. A decidere il match è stato il gol di Manuela Giugliano nel finale, ma il successo giallorosso nasce molto prima dell’episodio che ha consegnato il trofeo alla Roma.

La domanda vera è: dove ha vinto la finale la Roma? La risposta sta nella capacità di interpretare meglio la partita nei suoi dettagli più importanti. Le giallorosse hanno saputo soffrire, hanno concesso poco centralmente e soprattutto hanno avuto più qualità nelle due aree di rigore, che nelle finali resta sempre il fattore decisivo.

La Juventus ha controllato a tratti, ma senza ferire

La squadra bianconera ha provato a prendere il controllo della partita attraverso il possesso e una circolazione abbastanza ordinata, ma è mancata quasi sempre nell’ultimo terzo di campo. La sensazione è stata quella di una squadra che arrivava vicino all’area senza però avere davvero la capacità di trasformare il dominio territoriale in occasioni pulite.

Ed è qui che si è sentita l’assenza di riferimenti offensivi realmente incisivi. La mancanza di Cristiana Girelli e Sofia Cantore ha pesato enormemente nel modo di attaccare della Juventus. È mancata una giocatrice capace di occupare l’area con continuità, di dare profondità o di trasformare cross e seconde palle in situazioni pericolose.

La Juventus ha mosso bene il pallone in alcune fasi, ma troppo spesso l’azione si è spenta al limite dell’area. Poca concretezza, pochi tagli aggressivi e soprattutto poca presenza dentro i sedici metri. In una finale così bloccata, serviva più cattiveria offensiva.

La Roma ha accettato una partita sporca

La Roma non ha cercato di dominare esteticamente il match. Ha scelto invece un approccio più pragmatico e intelligente: linee compatte, ritmo controllato e ricerca degli spazi giusti nel momento opportuno.

La squadra giallorossa ha lavorato molto bene nelle distanze tra centrocampo e difesa, togliendo alle avversarie la possibilità di trovare ricezioni pulite tra le linee. Anche quando le bianconere avevano il pallone, raramente riuscivano ad accelerare centralmente.

La formazione di Rossettini ha dato l’impressione di sapere esattamente che tipo di partita volesse giocare: una gara di pazienza, di episodi e di attenzione ai dettagli. Ed è proprio in questo contesto che il gol di Giugliano assume ancora più valore, perché nasce da una delle poche vere accelerazioni pulite della partita.

Giugliano decisiva, ma il simbolo della finale è Baldi

Il nome che resterà nei tabellini è quello di Manuela Giugliano, autrice del gol che ha deciso la finale. La sua giocata è stata da leader: inserimento perfetto, tempi giusti e freddezza nella conclusione.

Ma la vera certezza della Roma è stata la partita del portiere Baldi. Nei momenti di maggiore pressione juventina, soprattutto nel finale, le sue parate hanno trasmesso sicurezza a tutta la squadra. Non soltanto interventi tecnici, ma presenza costante, personalità e gestione emotiva della gara.

Le finali spesso si decidono nei dettagli e la Roma ha avuto un portiere capace di trasformare situazioni complicate in momenti di fiducia collettiva. Ogni intervento di Baldi ha tolto energia alla Juventus e ha aumentato la convinzione delle giallorosse.

Dragoni e il lavoro invisibile che cambia le partite

Tra le prestazioni più importanti c’è stata anche quella di Giulia Dragoni, probabilmente meno appariscente ma fondamentale sotto il profilo tattico. Ha giocato una partita di enorme sacrificio: pressing, coperture preventive, recuperi e aiuti continui in fase difensiva.

È stata una presenza essenziale nel rompere il ritmo della Juventus. Ogni volta che le bianconere provavano ad alzare il palleggio, la classe 2006 accorciava con aggressività e limitava le linee di passaggio centrali.

Sono quelle prestazioni che spesso non finiscono negli highlights, ma che permettono a una squadra di mantenere equilibrio per novanta minuti.

La differenza tra giocare bene e giocare una finale

La sensazione complessiva è che la Juventus abbia provato a giocare la partita, mentre la Roma abbia giocato la finale. Le giallorosse hanno avuto più lucidità nella gestione dei momenti emotivi, più solidità nelle due aree e soprattutto più capacità di incidere quando la partita lo richiedeva.

In gare così equilibrate non basta avere il pallone o produrre una manovra ordinata. Serve concretezza, personalità e capacità di restare dentro la partita fino all’episodio decisivo. La Roma lo ha fatto meglio e per questo ha meritato il trofeo.

Chiara Frate
Classe 2002, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, Chiara Frate coltiva la passione per il giornalismo sportivo ed il calcio, sia femminile sia maschile. Giornalista pubblicista iscritta all'albo da marzo 2024, conosce l'inglese, il francese, lo spagnolo e il portoghese. Sempre pronta a schierarsi a favore della parità di genere, il riscatto delle donne e l’impegno costante e instancabile verso un nuovo approccio culturale anche dal punto di vista sportivo.

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