Siamo nel bel mezzo di una Pandemia mondiale, che ha portato gravi conseguenze economico-sanitarie in tutte le parti del globo. Tutti i settori economici stanno registrando perdite di milioni di euro e la preoccupazione è tanta.
Il mondo del calcio e le sue attività accessorie non sono stati risparmiati da questo virus.
Se il calcio a livello maschile è riuscito, nella maggior parte dei casi, a sostenersi ed a concludere la stagione 2019/2020 ed iniziare della 2020/2021, il calcio femminile ha mostrato molte più difficoltà. La stagione 2019/2020 per le calciatrici italiane si è fermata, a causa del Codiv-19, ad inizio giugno con l’assegnazione a palla ferma del titolo di campione alla società Juventus Women.

Un elemento che ha accomunato la maggior parte delle calciatrici del continente è stato l’abbandono e lo stato di completa solitudine nel quale le società hanno lasciato le loro assistite. Questa mancanza si unisce, in senso allargato, al mancato interesse nei confronti delle proprie connazionali da parte delle Federazioni Nazionali. In aggiunta a ciò, vanno registrati i tagli salariali avvenuti, la perdita di posti di lavoro che stanno contraddistinguendo questo momento storico.

Inoltre è stato riscontrato un problema, considerato dagli addetti ai lavori prevedibile, in vari paesi ma in particolare in Inghilterra. Dopo l’instaurazione dell’ultimo Lockdown si è venuta a creare una disparità tra calcio femminile e calcio maschile. Ovvero le accademie femminili ed i club dell’elite regionali hanno dovuto sospendere le loro attività mentre i ragazzi dei Club di Premier League e Football League possono continuare ad allenarsi. Questo ha portato ad una situazione di disparità tra atleti di equivalente livello ed età. Tutto ciò è accettabile? Ovviamente no, questo distrugge la già labile illusione di uguaglianza tra le due categorie e, inoltre, potrebbe contraddire il messaggio che afferma di essere ciò che si vuole e desidera, caposaldo della Mission del Calcio Femminile.

Ulteriore problema legato alla Pandemia del Covid-19 e delle conseguenze che porta, è l’aspetto psicologico delle calciatrici. Secondo il sondaggio eseguito dalla FifPro l’84% delle calciatrici prese in esame hanno dichiarato di non aver ricevuto alcun supporto per la salute mentale da parte sia dei club d’appartenenza che dalle Federazioni Nazionali.
Questo è un tema molto importante in questo periodo storico, nel quale si vuole gridare a gran voce l’uguaglianza tra le categorie prese in considerazione in questo articolo, ma in termini concreti le differenze sono evidenti e le perplessità sulle norme adottate sono molte. Ovviamente ci sono Paesi nei quali i risultati iniziano a vedersi concretamente, come l’Italia che sta lavorando per riconoscere le calciatrici come professioniste e non più dilettanti, con tutto quello che ne consegue in termini di retribuzione.

Nato a Bologna il 25 Novembre del 1993, Mattia è un ragazzo laureato in Management dello Sport presso l’Università di Bologna. Sin dalla giovane età è sempre stato affasciato dal mondo del calcio, sport che, inoltre, ha praticato fino ai 25 anni. La sua passione comprende anche tutte le attività accessorie del mondo calcistico come il marketing, la gestione economica dei club e la comunicazione. L’interesse nei confronti del calcio femminile si è sviluppato durante il Mondiale di Calcio del 2019. Ha collaborato con la Uefa durante l’Europeo Under 21 del 2019 tenutosi a Bologna ed ora è allenatore presso il Saragozza Soccer School. I suoi interessi sono, oltre agli sport in generale, la scrittura, la lettura e la fotografia.