La stagione calcistica femminile italiana è iniziata da poco più di un mese con l’avvio dei campionati di A, B, C e Regionali, e con il percorso della Nazionale che la porterà al prossimo Mondiale, al quale l’Italia mancava dopo 20 anni di assenza, che si terrà in Francia il prossimo anno. Per comprendere meglio la situazione nel calcio femminile nostrano abbiamo intervistato una persona che più di tutti conosce questo movimento che sta crescendo sempre di più: stiamo parlando del numero uno del Brescia Calcio Femminile Giuseppe Cesari.

  1. Buongiorno presidente, come lo vede in questo momento il movimento in rosa nel nostro paese?

«Buongiorno a voi e grazie per l’intervista. Negli ultimi tempi ho visto che sono state messe in campo nuove iniziative nel tentativo di dare più visibilità al calcio femminile. Penso che sia molto positivo e che possa contribuire allo sviluppo del nostro sport, anche se a mio avviso il calcio femminile in Italia debba crescere ancora molto e poi in questa fase di transizione dare troppa visibilità potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Questo perché ritengo che ci siano ancora società e calciatrici non pronte per questo salto di qualità. Molti affermano che in questo campionato il livello delle squadre si sia avvicinato, personalmente ritengo invece che il divario sia aumentato ancora di più rispetto alle stagioni precedenti tra alcune società e altre. Basti pensare che In serie A alcune società hanno iniziato la preparazione a luglio altre a fine agosto, che qualche società ha uno staff adeguato mentre in altre alcuni elementi sono solo dei semplici appassionati di calcio femminile. Se poi andiamo ad analizzare i metodi di allenamento delle varie società, si nota ancora di più la differenza tra quelle oramai professioniste ed altre che si basano ancora su una impostazione dilettantistica. Chiaramente queste differenze non sono frutto solo di scelte tecniche diverse ma soprattutto ritengo siano legate ai budget a disposizione di ogni squadra. E questo non aiuta certo a crescere».

  1. Quest’estate c’è stato un grande cambiamento per il calcio femminile italiano che è il passaggio della gestione della Serie A e B dalla LND alla FIGC: che cosa ne pensa? 

«Io sono stato uno dei promotori di questo cambiamento, e dobbiamo ringraziare Michele Uva che ci ha aperto la porta. Anche se sotto il profilo pratico non è cambiato molto, si è subito evidenziata una differenza a livello organizzativo notevole, basti pensare alla premiazione della Supercoppa Italiana: uno spettacolo che anch’io avrei voluto per il mio Brescia CF quando vincemmo i nostri titoli. Invece mi sono visto consegnare dalla LND la Coppa dello Scudetto sei mesi dopo, e pure rotta. Quindi come si dice “Se il buongiorno si vede dal mattino“ ci sono tutti gli auspici per fare meglio. Anche perché peggio di prima non lo ritengo francamente possibile».

  1. Con la Serie A e B alla Federazione si potrebbe auspicare nei tempi brevi che le calciatrici possano avere lo status di professioniste?

«L’Italia, che si vanta di essere uno degli Stati più all’avanguardia, attualmente non prevede per nessuna attività sportiva il professionismo al femminile: ad esempio Federica Pellegrini è dilettante, Tania Cagnotto è dilettante e sinceramente mi sembra un controsenso. Per quanto riguarda il Calcio femminile mi auguro per le giocatrici che questo possa accadere anche se sicuramente non avverrà in tempi brevi. Questo anche perché non tutte le società allo stato attuale ritengo abbiano la possibilità di poter tesserare professioniste, visto l’incremento inevitabile dei costi che questo comporterebbe. Basta fare un semplice calcolo: prendiamo un ragazzo che da “giovane di serie” passa a professionista, il contratto di base vale tra i 14mila lordi (Serie C) e i 30mila Euro lordi (Serie A) l’anno. Se questa cifra la moltiplichiamo per 22 (supponendo che siano tutte giovanissime, perché già dai 19 anni le cifre salgono) arriviamo a cifre che vanno dai 300 ai 600mila Euro solo per le giocatrici. Poi dobbiamo aggiungere lo staff e tutte le altre spese: fate voi i calcoli… E abbiamo fatto un conto con il contratto al minimo, quando sappiamo benissimo che già ora ci sono giocatrici che percepiscono un compenso nettamente superiore. Sicuramente bisognerà trovare una soluzione perché non può una giocatrice arrivare a 30-35 anni giocando a calcio e senza la possibilità di avere un reddito pensionistico futuro».

  1. Entrando nella sua creatura, il Brescia CF, nonostante la categoria, ovvero l’Eccellenza, lei ha mantenuto uno staff societario di primissimo livello.

«Per quanto riguarda il mio Brescia, come tutti sapete abbiamo deciso di ridimensionarci, scendendo di categoria a causa dei costi che erano lievitati a tal punto da non permetterci di riuscire a sostenerli, anche se molto a malincuore. Non siamo però riusciti a smettere: amiamo troppo questo sport. Siamo ripartiti dal basso cercando di ridurre i costi, ma abbiamo deciso di mantenere la stessa struttura sia societaria che dello staff tecnico professionistico perché siamo convinti che se si decide di fare le cose, bisogna farle nel miglior modo possibile. Prima si crea la società, poi lo staff tecnico “giusto”, poi si costruisce la squadra. Se non si hanno le basi non riesci a ottenere risultati».

  1. Quando potremo rivedere il Brescia nei posti che merita di stare, ovvero nei massimi vertici del pallone in rosa?

«Siamo ripartiti questa estate con in mente un progetto ben definito: far crescere una squadra giovane e di elementi del territorio, perché non vogliamo far venire meno la nostra identità. Metà rosa proviene dalla Primavera e gli altri arrivi, a parte Denise Brevi, sono tutte ragazze sotto i 25 anni. Questo percorso di crescita sappiamo comporterà momenti positivi alternati ad altri negativi. Sono situazioni che fanno parte del percorso di crescita naturale di un gruppo dall’età media bassissima. Come è stato detto più volte, per il Brescia si è aperto un nuovo capitolo di una storia ultra trentennale, una storia che continua. Non ci poniamo limiti per il futuro, ma siamo ovviamente realisti: il calcio femminile ha preso una strada ben definita e l’apparentamento con le società professionistiche renderà sempre più arduo tornare ai fasti recenti, soprattutto per quanto riguarda la serie Serie A nel breve termine. Ma alla Serie B in un futuro non troppo lontano ci crediamo. Quindi un passo alla volta, con serietà e professionalità, caratteristiche che al Brescia Calcio Femminile non sono mai mancate. Questo è l’anno della ripartenza, del gettare le basi solide in una categoria che da anni non ci vedeva protagonisti. Abbiamo una rosa giovane che maturerà settimana dopo settimana affrontando formazioni navigate ed esperte quali Cortefranca, Montorfano e altre. Lo staff e le ragazze sanno quali sono gli obiettivi. Ma non parlo nel breve, di questa stagione in particolare ma dei prossimi 3-4 anni».

  1. Secondo lei chi vincerà il campionato di Serie A?

«Credo che il campionato se lo contenderanno Milan, Juventus e Fiorentina. Come ho già detto, si creerà una spaccatura con 3-4 società: Milan, Juventus, Fiorentina e aggiungo anche il Sassuolo che si contenderanno la parte alta della classifica; poi nel mezzo ci saranno Verona, Roma e Florentia e staccate tutte le altre. Da quel poco che ho potuto seguire darei come favorita la Fiorentina».

  1. E l’Italia ai Mondiali in Francia il prossimo anno dove potrà arrivare? 

«Penso che possa fare bene anche se il divario con le altre nazioni è ancora ampio, certo è che peggio non si poteva fare, si poteva solo migliorare. Ritengo che buon merito della crescita che ha avuto la nazionale sia legato ad alcune società come Fiorentina, Juventus, Verona e Brescia che hanno alzato l’asticella dei metodi di preparazione e di allenamento. Vi posso garantire che allenarsi alle 15:00 del pomeriggio è totalmente diverso che allenarsi alle 20:00 ma non è una cosa che dico io, sono i fatti che lo dimostrano: il Bardolino/Verona quando ha iniziato ad allenarsi al pomeriggio, questo coadiuvato anche dall’inserimento in rosa di giocatrici valide, ha iniziato a vincere Scudetti; stessa cosa si è ripetuta per la Torres, cosi come per il Brescia portandolo a vincere un campionato con la squadra più giovane di tutti. Questo a dimostrazione che è vero che conta molto la rosa ma molto dipende anche da come ti alleni. Mi sento di dare un consiglio allo staff della Nazionale: secondo me dovrebbe valutare attentamente anche altre società da cui attingere altre giocatrici valide da portare al Mondiale. Mi auguro che non commettano l’errore che aveva a suo tempo commesso Marcello Lippi che, dopo aver vinto un Mondiale, per riconoscenza ha riportato gli stessi giocatori a quello successivo ed è stato un fallimento. Guardiamo anche le giovani, che hanno tanta voglia e fame di vittoria: se continuiamo con la mentalità che sono valide solo giocatrici di una certa età con l’esperienza e via dicendo commettiamo il solito errore. Guardiamo le Nazionali degli altri Stati: troviamo in rosa diverse giocatrici anche di 17 o 18 anni. Ovviamente mi auguro che l’Italia faccia più strada possibile e magari perché no, anche vincere».

Photo Credit: Brescia Calcio Femminile

Elia Soregaroli
Nato il 12 luglio del 1988 a Cremona, Elia ha sempre avuto una grande passione per il mondo del giornalismo, in particolar modo a quello sportivo. Ha due esperienze lavorative in questo settore, IamCalcio e ManerbioWeek (che è attualmente in corso), un workshop con l'emittente televisiva Sportitalia, e uno stage curricolare con il Giornale di Brescia. Si avvicina al calcio femminile nel 2013 grazie ai risultati e al percorso del Brescia CF e da allora ha cominciato ad occuparsi anche del movimento in rosa. Oltre a questo ho come hobby leggere libri e i balli latinoamericani.

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