Giulia Zorzetto, 25enne di Cornuda (Treviso) Allenatrice, dal 2017 al 2019, dei Primi Calci all’Union Qdp.

Da donna e “mister”, come ti sei approcciata al mondo del calcio?
È stato semplice o hai trovato “muri” da parte del mondo cosiddetto “maschile”, e come hai risolto queste situazioni?
“La passione per il calcio mi accompagna sin da bambina, ma non avevo mai considerato l’idea di allenare. Mi sono avvicinata a questo mondo grazie ad un amico che mi ha proposta alla società sportiva dove ho lavorato, la quale cercava una persona laureata in Scienze Motorie da affiancare ai Primi Calci. All’inizio mi preoccupava molto la resistenza che avrei potuto trovare in un ambiente prevalentemente maschile, ma in parte le mie paure sono state fugate. Da parte dei genitori ho sempre riscontrato un atteggiamento positivo nei miei confronti, ma credo che questa sia una categoria privilegiata per una ragazza che vuole iniziare ad allenare. I bambini rimangono sempre sorpresi quando incontrano un’allenatrice donna, perché viene insegnato loro che le femmine non giocano a calcio e se lo fanno, sono scarse. È comprensibile, loro conoscono e seguono il calcio maschile, come la quasi totalità degli appassionati a questo sport. Sta a te porti nel modo giusto e guadagnarti la loro fiducia ed il loro rispetto, facendo così cadere i loro pregiudizi. Ammetto che ci sono stati alcuni momenti in cui non ho percepito un buon feeling con i colleghi allenatori, non sono mancate delle situazioni in cui è stato difficile passare oltre a determinati atteggiamenti sia da parte loro che dei ragazzi a loro affidati. Ho chiesto aiuto alla società, facendo presente gli episodi più spiacevoli, ho sempre cercato di rispondere alle provocazioni senza mancare di rispetto a nessuno e mi sono impegnata a svolgere al meglio il mio lavoro con i bambini”.

Da allenatrice cosa speri per il futuro del calcio femminile?
“Innanzitutto spero che il calcio femminile venga al più presto confermato come sport professionistico a tutti gli effetti, come lo è da sempre per i colleghi maschi. Spero che venga data maggior visibilità anche a questa metà del calcio, non solo a quella maschile, fatta ormai più di business che di sport. Infine, spero che possa esser dato sempre maggior spazio nel mondo del calcio in generale a donne meritevoli, nelle posizioni amministrative come in campo. Alcuni esempi già ci sono, come Sara Gama, difensore della Juventus e capitana della nazionale italiana, prima vicepresidente donna dell’Associazione Italiana Calciatori; o Stéphanie Frappart, prima donna ad aver arbitrato una partita di Champions League”.

I cambiamenti corrono veloci e l’inserimento del calcio femminile nel mondo professionistico, secondo te, cambierà la situazione a livello Nazionale?
“È vero, i cambiamenti nel mondo del calcio si stanno notando da qualche anno a questa parte, soprattutto dopo il Mondiale di calcio femminile in Francia (2019), che ha suscitato un interesse mediatico notevole facendo crescere in modo esponenziale non solo la curiosità̀ per il calcio femminile, ma anche il numero di iscrizioni di bambine nelle scuole calcio italiane. Difficilmente però ci potrà̀ essere un salto di qualità̀ nel campionato italiano femminile fintanto che le atlete non saranno riconosciute ed inquadrate, al pari dei colleghi maschi, come delle professioniste. È giusto essere realisti e dire che difficilmente il calcio femminile raggiungerà l’interesse e la partecipazione di quello maschile, ma è auspicabile che i passi avanti fatti a livello internazionale si possano riversare positivamente anche su scala nazionale. Questo riconoscimento sarà sicuramente un traguardo importantissimo per tutte le atlete che vorranno fare di questo sport il loro mestiere”.

A livello di allenatrici donne, secondo te, come sarà il loro futuro?
“Nella mia piccola esperienza da allenatrice mi sono trovata spesso ad essere l’unica ragazza presente agli allenamenti come alle manifestazioni. All’università ho conosciuto altre ragazze allenatrici di calcio, ma sempre nelle categorie dei più piccoli, nessuna ad alti livelli. Pertanto, quello che posso dire è che sarebbe bello poter vedere allenatrici donne anche in categorie superiori, soprattutto se preparate e con una laurea in Scienze Motorie oltre al patentino”.

Vedi dei progetti specifici in questo ambito per il tuo futuro?
“Per il momento no, ho concluso l’anno scorso il percorso di laurea magistrale in Scienze e Tecniche dell’Attività Motoria Preventiva e Adattata e sto per terminare un Master sempre in ambito rieducativo. Mi piacerebbe lavorare in questo settore, magari in un centro di medicina/fisioterapia in collaborazione con altre figure professionali”.

Lo sport e l’attività fisica sono di tutti, non è vero? Come pensi che il calcio femminile possa esprimere questo concetto e credi che ci voglia più formazione scolastica o è la famiglia che deve dare al proprio figlio/a delle soluzioni a tali scelte di vita?
“Certo, lo sancisce anche la Carta Internazionale per l’Educazione Fisica, l’Attività Fisica e lo Sport (UNESCO, 2015). Penso che il cambiamento di paradigma, per quanto riguarda il calcio femminile, debba avvenire su più fronti. Prima di tutto la famiglia non dovrebbe precludere ad una bambina la possibilità di avvicinarsi a questo sport solo perché è un ambiente prevalentemente maschile. È vero che alcuni sport sono tendenzialmente maschili ed altri femminili, tuttavia credo che lo sport non possa prescindere dalla parità di genere, certi stereotipi retrogradi e pericolosi vanno superati e questo deve avvenire in primis dalla famiglia, parallelamente dalla scuola. Infine, credo che anche le società sportive dovrebbero cercare di promuovere maggiormente il settore femminile, valorizzando ed includendo le poche ragazze che si avvicinano al mondo del calcio”.

Chiudiamo con una domanda particolare: se come madre, un giorno, avrai una bambina che vuole fare la calciatrice, cosa pensi di fare per lei e cosa le consiglieresti?
“I miei genitori sono sempre stati legati ad una visione del calcio come sport maschile e questo, in parte, non mi ha permesso di potermici dedicare da bambina. Nonostante ciò ho comunque avuto modo negli anni di poterlo praticare a livello amatoriale. Se mia figlia un giorno dovesse chiedermi la stessa cosa le permetterei di provare, senza dubbio. Le consiglierei di divertirsi il più possibile e di non permettere mai a qualcun altro di dirle che non è capace di fare una cosa perché è femmina. Al di la di tutto mi piacerebbe sostenerla nella scelta di uno sport che poi possa diventare la sua passione ed accompagnarla nel corso della sua vita, qualunque esso sia”.

Ringraziamo Giulia, per la sua pazienza e per il suo tempo, e nella speranza che i suoi sogni possano in giorno divenire realtà, le facciamo un grande in bocca al lupo, per il suo futuro da professionista ed atleta nel mondo del pallone.

Paolo Comba, giornalista pubblicista iscritto all' ordine di Torino, ho conseguito il tesserino da Giornalista collaborando da prima con quotidiani on line ( settore calcistico giovanile : “11 giovani.it” e “gioca a calcio.it", in Piemonte) per entrare, successivamente, in redazione a Torino del settimanale cartaceo di “ Sprint&Sport" e Terzo Tempo (settore calcistico dilettantistico Regione e Nazionale - Professionistico – Serie D). Collaboro dal 2018 con RCS Sport per il Giro d' Italia (seguendolo in tutte le tappe) e nel Giro 103 ho collaborato come addetto stampa per quotidiani on line di ciclismo ( bikenews ). Appassionato di Sci alpino e nordico segue gare Mondiali e Coppa del Mondo dal 2000. Credo che il CALCIO FEMMINILE ITALIANO sia un movimento in grande crescita e debba avere le stessa visibilità del mondo “ maschile", pertanto, contribuisco a questo grande obbiettivo.