L’esigenza di recuperare e veicolare alcuni valori educativi dello sport, teoricamente e praticamente fondati, sta diventando sempre più importante ed è una richiesta che, a livello di età, è sempre più precoce. I contesti educativi di riferimento, come scuola e famiglia, potrebbero allora essere terreno fertile per interventi di promozione di uno sport sano, portatore di abilità e valori utili per la vita. Inoltre che lo sviluppo motorio sia intrinsecamente connesso allo sviluppo psichico è un’evidenza ampiamente studiata e dimostrata già dalla fine degli anni ’40 grazie ai contributi di diverse discipline che hanno portato dalla nascita della psicomotricità. Essa ha da sempre considerato il corpo come base essenziale della conoscenza di sé e della realtà circostante; il movimento e l’azione contribuirebbero alla strutturazione di importanti processi emotivi, sociali e cognitivi e ne sarebbero a loro volta influenzati. Un corpo, dunque, non separabile dalla mente nei processi di sviluppo e di costruzione della propria identità.

Un tentativo in questa direzione è stato promosso dalla Società Dilettantistica Minerva, società calcistica operante nella città di Milano. Essa gestisce, al momento, tre squadre di calcio femminile (categoria “pulcine” e “allieve” partecipanti al campionato CSI e serie C di campionato FIGC) ed un’altra relativa al progetto “TUKIKI”,che si rivolge a ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva. In Italia, sono state stimate in oltre 20 milioni le persone di tre anni e più che dichiarano di praticare uno o più sport con continuità (24,4%) o saltuariamente (9,8%), ma dati ISTAT riportano che in circa il 35% della popolazione giovanile italiana, con un picco nella fascia d’età 13-14 anni, abbandonerebbe precocemente lo sport.

In collaborazione con psicologi e studenti di Psicologia e Scienze Motorie, la società Minerva ha svolto, da Ottobre a Maggio 2018, un progetto chiamato “Allena-Menti: diamo un calcio ai pregiudizi!”rivolto alle classi di terza, quarta e quinta elementare di quattro scuole della zona 2 della città di Milano. Le classi coinvolte sono state 20, per un totale di circa 480 bambini. Il progetto ha avuto, come obiettivo, quello di utilizzare lo sport, in questo caso il calcio, per promuovere abilità sociali ed emotive e come mezzo di integrazione e abbattimento di stereotipi. E che così, in quattro incontri, i ragazzi e le ragazze, insieme hanno avuto la possibilità di svolgere esercizi e giochi legati al calcio, che avevano come obiettivi quelli di favorire l’integrazione tra i generi femminile e maschile, esplorare e potenziare le capacità espressive/comunicative, educare al movimento, stimolare la collaborazione e la fiducia.

Gli esercizi sono stati seguiti da veri e propri momenti di discussione in cui i bambini hanno avuto modo di sviluppare riflessioni su quanto fatto e di condividerle con operatori e compagni. Un momento di discussione e di confronto molto importante, ad esempio, ha riguardato il concetto di disabilità e della possibilità di fare sport in presenza di problematiche di questo tipo. Le riflessioni prodotte dai bambini, in molte circostanze sono state sorprendenti e hanno delineato l’esigenza di un ambiente sportivo in grado di far vivere delle esperienze di questo tipo. E’ emersa in moltissime circostanze la gioia per essere andati tutti d’accordo o la tristezza quando la focalizzazione sul risultato aveva portato a discussioni; la felicità di poter giocare tutti insieme senza distinzioni di genere e la curiosità verso la diversità e le diverse modalità di approccio allo sport; la libertà nel fare un’attività gradita o nuova senza la pressione esterna.

Gli esperti si sono interrogati su quali fossero le abilità specifiche connesse alla pratica di diversi sport e generalizzabili alla vita di tutti i giorni. La base è il concetto di life skills, con il quale ci si riferisce a molteplici abilità fisiche, cognitive, comportamentali che possono aiutare la persona a vivere la vita in maniera migliore e a gestirne le richieste e le sfide (Jones, 2012). In ambito sportivo si parla di sport skills per riferirsi a quelle abilità apprese ed utilizzate durante gare e allenamenti e che facilitano la pratica delle specifiche discipline, potenziando abilità a seconda del contesto specifico. Si può dunque passare dalle sport skills alle life skills? Secondo alcuni autori, come Larson (2000),le attività strutturate di aggregazione giovanile (tra cui, per l’appunto, lo sport), permetterebbero difare esperienza e di apprendere diverse life skills.

Che lo sport sia un mezzo importante per i giovani, allora, è un’evidenza teorica e pratica molto forte. L’esigenza di passare dall’evidenza a programmi mirati che possano promuovere questo tipo di mentalità a partire dalle fasce d’età più delicate, è evidenziata dalla riuscita di interventi di questo tipo.

Le società sportive stesse hanno l’importante possibilità e responsabilità di farsi mezzo e veicolo di promozione e di “incastrare” un pezzo importante nel puzzle del sistema educativo, collaborando in questo senso con altre istituzioni, come scuola e famiglia.


Info e contatto Francesca Gargiulo
– Responsabile progetti Educativo-Sportivi per SSD Minerva Milano, segreteriasportiva.mimi@gmail.com

Un ringraziamento per la stesura dell’articolo a Marianna Bottiglieri – Psicologa dello Sport.

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