credit photo: Giuseppe Fierro - Photo agency calcio femminile italiano

“ll calcio mi rende libera, mi fa divertire, mi fa vivere. È una passione che va oltre tutto. E’ un gol spettacolare, un grido liberatorio dopo una vittoria sofferta, ma anche sacrifici, impegno, disciplina e la soddisfazione di far crescere un movimento che fino a non molto tempo fa in Italia era quasi inesistente”. Valentina Giacinti, intervistata da Manuela Croci per l’inserto ‘Sette’ del ‘Corriere della Sera’, ha scelto queste parole per spiegare cosa sia per lei il calcio, e cosa significhi aver reso la propria passione di una vita un lavoro.

L’attaccante originaria di Trescore Balneario (provincia di Bergamo) non ha bisogno di presentazioni per chi segue e apprezza il calcio femminile. Giacinti che nel suo percorso da calciatrice ha avuto modo di militare in diversi club importanti sia in Italia (per citarne alcuni Napoli, Brescia, Milan, Fiorentina e Roma), che all’estero (Seattle e Galatasaray), attualmente veste la maglia del Como 1907. La squadra lariana, infatti, con l’ambizione di chi desidera diventare una realtà consolidata anche nel settore femminile (il maschile già milita nella massima serie), un progetto solido e uno staff d’eccezione che vede il coinvolgimento di Heather O’Reilly come Team Manager e Selena Mazzantini in panchina come allenatrice l’ha voluta fortemente, tanto da convincere la classe ’94 a chiudere la sua parentesi in Turchia a gennaio 2026.
I tanti traguardi raggiunti con le squadre dei club in cui Valentina Giacinti ha giocato e quelli con la Nazionale fanno parte della storia della disciplina al femminile della Penisola di cui, non a caso, attualmente è una delle più importanti rappresentanti.

Dietro la facciata della campionessa, c’è Valentina che ha scelto, a 32 anni, di condividere le sue esperienze di vita nel libro dal titolo emblematico “Il coraggio di chi trema. La mia vita in contropiede”.  Il libro, scritto in collaborazione con Alessandro Alciato, è uscito per Mondadori il 7 aprile: vengono raccontati tutti i momenti che l’hanno resa ciò che è oggi, con i suoi punti di forza ma anche con le sue debolezze.
Scorrendo le righe c’è sicuramente il calcio, passione di una vita intera, e ci sono i suoi affetti, le sue battaglie personali e il racconto di come ha trovato coraggio di rialzarsi anche dopo le cadute più dure.

L’amore per il calcio di Giacinti nasce da quando lei era molto piccola e i suoi genitori hanno sempre sostenuto questa sua scelta, rendendosi conto di quanto la passione per la disciplina fosse forte. Nel libro l’attaccante racconta, nello specifico, un episodio legato alla sua prima comunione e di come finita la funzione fosse corsa a disputare una partita al campo senza però, e questo viene precisato, avere le voci che dagli spalti la incitavano. La classe 94, infatti, è piuttosto timida e sentire il tifo chiamare il suo nome la imbarazzava: “Bene, fin da subito. Mi hanno sempre supportato. Ricordo che il giorno della mia Comunione c’era una partita a cui tenevo molto e ho detto ai miei genitori che sarei andata in Chiesa solo se mi avessero poi lasciata andare al campo. Accordo trovato: dopo la cerimonia, i parenti erano a casa mia e io a giocare; al mio ritorno abbiamo continuato a festeggiare insieme. Da piccola mi regalavano palloni perché avevano capito la mia grande passione. E quando hanno provato a darmi delle bambole, queste facevano subito una brutta fine: staccavo loro la testa e cominciavo a prenderla a calci correndo da una stanza all’altra… Non sembra, ma in realtà sono timidissima. Sentire i genitori degli altri bambini che passavano tutto il tempo a chiamarli e incitarli mi dava fastidio. Quando è in campo ogni ragazzino o ragazzina deve divertirsi e non essere distratto da mamme e papà che sugli spalti li incitano o, peggio ancora, che litigano. Le uniche voci che si dovrebbero sentire sono quella del mister e quelle dei compagni”.

A 16 anni, poi, la morte di nonna Rosalba ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia e l’ha cambiata profondamente. Succede quando a mancare è ‘il punto di riferimento’.

“Ancora oggi non c’è giorno in cui non ci pensi almeno una volta, in realtà anche molto di più. Ho perso praticamente tutto: la mamma, la nonna, l’amica. In lei avevo trovato sicurezza, forza. Sapeva rendermi felice con niente, è sempre stata il mio punto di riferimento. La sua morte mi ha cambiata. E ha cambiato tutta la mia famiglia, siamo crollati: mamma è andata via da casa e mio fratello Luca l’ha seguita, io e Davide siamo rimasti con papà. E stato un periodo molto complicato, è lì che ho scelto di allontanarmi e andare a Napoli.
Oggi quello che porto con me di nonna Rosalba è il suo sorriso, la fede del suo matrimonio, un pupazzo di peluche che mi aveva regalato dicendomi che si trattava di un capricorno, il mio segno zodiacale, ma in realtà è un ariete… Le piaceva prendermi un po’ in giro. Poi ho un cd in cui ho raccolto i suoi video, lo guardo spesso e mi fa stare bene rivedere il suo sorriso”.

La prima volta che ha lasciato casa, destinazione Napoli, aveva 18 anni, il suo vissuto a Bergamo e la speranza di crearsi nuovi ricordi nella città partenopea. Ha trovato l’accoglienza disinteressata di chi davvero vuole far star bene il prossimo, e ha maturato l’amore per la semplicità e una nuova sensazione di sentirsi in famiglia, figlia anche fuori dai luoghi che le hanno dato i natali.

“Avevo 18 anni, non è stato facile. Volevo allontanarmi da Bergamo, ho scelto Napoli. Quando sei lontano ti accorgi di quanto hai bisogno di quelle persone che hai sempre avuto accanto e che davi per scontato che fossero li. Ti mancano, è questa l’unica verità.
Non conoscevo nessuno eppure mi sono sentita figlia di tutti. È una città che mi ha dato tanto, mi ha fatto capire cosa vuol dire essere felici con poco. Ricordo con grande affetto le uscite nel weekend con le persone che si riunivano al parco e ciascuno portava qualcosa da mangiare mentre i ragazzi giocavano. Cose semplici, l’importante era stare insieme. In quei momenti mi sentivo davvero figlia di tutti, non facevano distinzioni e mi trattavano come una di famiglia”.

Ne ‘Il Coraggio Di Chi Trema’ Valentina Giacinti parla anche del suo percorso con Annalisa, la sua psicologa. Affrontare un evento totalizzante come un lutto e subito dopo la separazione dei suoi genitori, non è certamente semplice e la terapia psicologica è sicuramente un valido sostegno. In generale è importante prendersi cura di sé, non soltanto dal punto di vista fisico e non ci si dovrebbe mai vergognare di cercare aiuto nel momento del bisogno. Questo viene messo ben in chiaro nel libro che può essere di supporto a chiunque ne vorrà leggere le pagine.

“Ho elaborato questa cosa grazie alla mia psicologa, ho compreso il bisogno di mamma di cambiare vita. La separazione tra due persone la accetti più facilmente, una coppia può non andare più d’accordo, quello che non ho accettato per anni sono state le modalità, mi ha ferito il fatto che tutto sia accaduto all’improvviso e subito dopo la perdita di nonna, che già mi aveva devastato. Mi sono ritrovata senza riferimenti, persa e annebbiata. Sola senza una mamma dentro casa e senza uno dei miei fratelli; mentre io e Davide ci aggrappavamo a quell’unica “normalità” che conoscevamo, le nostre camere, le vie del nostro paese, le nostre scuole… Non potevamo separarci anche da quelli. Cosi ho cominciato a vivere minuto per minuto, senza progetti, senza pensare al futuro: l’unico pensiero era aiutare mio fratello più piccolo che temevo potesse perdersi in brutte compagnie. lo non ho scelto tra mamma e papà, ad entrambi volevo e voglio bene ancora oggi, ma ci sono certe ferite difficili da rimarginare: da quel momento me la sono dovuta cavare da sola, senza l’aiuto dei miei genitori: papa viveva sì in casa con me, ma non era presentissimo, ha sofferto molto nel vedere la famiglia distrutta. E poi c’era Luca che ha “perso” due fratelli.
Sono ormai quasi tre anni che io e Annalisa lavoriamo insieme. Con lei ho imparato a conoscermi, ho compreso perché ho determinate reazioni, perché elaborare un lutto o una qualsiasi perdita per me è così difficile” – Ha spiegato Giacinti sottolineando quanto aprirsi con un professionista possa essere importante –  “La psicologa è una figura fondamentale, utile a chiunque: ti aiuta a risolvere problemi, ma anche ad aprire orizzonti, a vedere le cose da un’altra prospettiva, a volerti più bene”.

La depressione è, e deve essere, considerata come una malattia pari a quelle che colpiscono dal punto di vista fisico perché ogni ricaduta si ripercuote in esso:  “Uscirne non è facile. Devi trovare la forza dentro di te e farti aiutare. Di quel periodo ricordo che volevo solo dormire e far passare il tempo sperando che qualcosa prima o poi cambiasse. Ero una persona assente: non sentivo emozioni, guardavo un film e non mi ricordavo quello che avevo visto. Mi vergognavo così ho tenuto tutto dentro: è stato un grande errore. Non c’è nulla di male a chiedere aiuto e mi sarei goduta di più anche i momenti belli della mia carriera”.

Nel libro, però, si parla anche di momenti più felici come quello in cui Valentina ha ripreso i rapporti con suo fratello Luca che si era trasferito assieme a sua madre al momento della separazione dei suoi genitori. Quello strappo dovuto alla lontananza è stato ricucito: “Sentivo che mi mancava qualcosa, ma ho sempre pensato che si trattasse solo di nonna Rosalba. Solo molto dopo sono riuscita a capire che anche l’assenza di Luca è stata un buco nero. Poi un giorno – grazie a un suo messaggio in cui mi augurava buon compleanno sui social – abbiamo ricominciato e mettere insieme i pezzi di un puzzle che ora si chiama famiglia, composta da noi tre fratelli. Insieme abbiamo cominciato a pensare al futuro”.

Lavorando su sé stessa Giacinti ha anche scoperto di essere dislessica e che è affetta da HSP, acronimo inglese che in italiano si traduce come Persona Altamente Sensibile. Questo suo modo di essere la porta a sentire in maniera amplificata le emozioni, sia proprie che altrui. Alla forte gioia corrisponde, nei momenti più difficili, uno sconforto assoluto.

“Ho scoperto che le mie difficoltà a scuola erano dovute alla dislessia e mi è stata diagnosticata l’HSP (Higly Sensitive Person), ovvero sono una persona altamente sensibile. Amplifico le emozioni di chi mi sta vicino: se accade qualcosa di bello, impazzisco di gioia; se vedo qualcuno in difficoltà, vengo colta dallo sconforto. Ed è lo stesso problema che mi attanaglia quando sto per troppo tempo in mezzo a tante persone, se l’avessi saputo prima avrei gestito meglio tanti momenti difficili a scuola, quando sentivo la necessità di uscire dalla classe, quando mi sentivo nervosa e piena di rabbia… Finalmente ho capito che non sono sbagliata, che non è colpa mia. Sono nata così e devo accettarlo. Posso migliorare gestendo meglio alcune emozioni”.

Per Valentina la cura di sé è, da sportiva e da persona che ha imparato ad amarsi, molto importante. In particolare l’attaccante ha un occhio di riguardo per l’alimentazione che controlla, concedendosi, talvolta, qualche sgarro. “Mi curo tanto, soprattutto nell’alimentazione. Anche se ogni tanto mi piace sgarrare. Quando sono sotto stress, tendo a dimagrire. E successo in particolare dopo la morte di mia nonna, ora ho imparato a gestire quei momenti”. 

Tornando al calcio, i momenti con la Nazionale sono tra quelli più importanti nella carriera e nei ricordi dell’attaccante che proprio vestendo la maglia azzurra ha avuto modo di toccare con mano cosa significhi davvero il calcio e la sua bellezza. Il movimento, attualmente, ha raggiunto un livello tale da avere dignità e un peso specifico sia per hi gioca che per chi assiste dagli spalti.
Le esperienze all’estero le hanno dato modo di respirare delle realtà diverse e una visione della disciplina differente rispetto a quella italiana, inoltre le hanno permesso di comprendere meglio i sentimenti delle sue compagne di squadra che giocano in Italia da straniere.

“Oltralpe con la Nazionale ho vissuto veramente la bellezza del calcio. Il boom di ascolti e l’affetto del pubblico sono stati la vittoria più grande della mia carriera perché finalmente eravamo riuscite a far conoscere il calcio femminile. Sono ormai lontani i tempi in cui da bambina, quando ancora giocavo in una squadra mista, i genitori degli avversari sorridendo dicevano “c’è una femmina, praticamente giocano in dieci”… salvo poi ricredersi al mio primo gol. Oggi il movimento è riconosciuto, le ragazze hanno squadre solo per loro. Seattle mi ha regalato i miei genitori americani, che sento spesso, e il ricordo delle ragazzine che andavano a fare allenamenti con le scarpine in spalla quando ancora in Italia il calcio femminile era per poche. Quella al Galatasaray invece è stata un’esperienza di cui avevo bisogno dopo l’esclusione dell’Europeo, una parentesi importante per resettarmi, sia mentalmente che fisicamente, provando cosa significa essere una straniera. Ora capisco di più le difficoltà delle mie compagne che arrivano da un altro Paese”. Il suo pensiero è andato poi anche al Como 1907: “Sono entusiasta del progetto, mi volevano fortemente. L’obiettivo è quello di salire in Serie A”.

In futuro? Giacinti si vede sicuramente madre e sportiva: perché il calcio è comunque parte fondamentale della sua vita e viverlo sarebbe bello anche da allenatrice, senza tralasciare l’attenzione al benessere psicofisico delle persone che andrebbe ad allenare: “La maternità. Ci penso di continuo. Vorrei smettere tra i 35-36 anni: sogno una famiglia tutta mia, sarà il mio gol più bello. Mi piacerebbe allenare, partendo dal settore giovanile per aiutare i ragazzi a crescere dal punto di vista sia calcistico sia psicologico”.

 

Federica Pistis
Sono nata in provincia di Cagliari il 29/08/1992. Mi sono laureata in scienze dell'educazione e della formazione primaria e ora frequento la magistrale di pedagogia presso l'Unimarconi di Roma. La mia passione per il calcio è nata quando ho iniziato a seguire questo sport perchè mio fratello è un grande tifoso del Milan e io cercavo un punto d'incontro con lui. Ho iniziato a guardare le partite, e a comprenderne i meccanismi poi è arrivato quello femminile che mi ha conquistata al punto da sentire un po' mie anche le loro imprese.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here