Nei giorni scorsi Elena Linari è stata intervistata da Vanity Fair, parlandi di tanti aspetti che riguardano la sua vita e la sua carriera. Calciatrice di livello assoluto ha sottolineato come rimanga toccata quando vede uno stadio pieno, anche se non si tratta di calcio, spiegando: “Ogni volta che entro in uno stadio pieno mi emoziono. Mi sono messa a piangere più di una volta. Perché mi torna in mente tutto il percorso fatto fino a qui. Due settimane fa sono andata a vedere una partita di rugby femminile. Lo stadio era pieno. Hanno iniziato a cantare l’inno e io ero lì con le lacrime agli occhi. Perché so quanto lavoro c’è dietro. So quanti sacrifici fanno quelle ragazze”.

Linari ha lasciato l’Italia e la Roma la scorsa estate e a riguardo ha ammesso. “Dopo un Europeo importante, prendere la decisione di lasciare Roma non è stato facile. Era una città che mi aveva accolta benissimo e che sentivo un po’ come una seconda casa. Poi a gennaio abbiamo cambiato allenatore, quindi ho vissuto due stagioni diverse nella stessa stagione. E so già che cambieranno ancora tante cose, perché siamo una squadra in pieno sviluppo. Però, se devo tirare le somme, sono molto contenta della scelta che ho fatto. Nel calcio il tempo per ottenere il massimo è breve e bisogna avere il coraggio di cogliere le opportunità quando arrivano. Io l’ho fatto e non me ne pento”.

La giocatrice, perno della Nazionale Femminile, ha poi parlato del suo soprannome ‘The Wall’ ricordando: “Mi piace e negli anni ha rappresentato quello che sono in campo: continuità, consistenza, affidabilità. Mi è stato dato durante il Mondiale del 2019 in Francia e poi mi ha accompagnata anche negli anni alla Roma. Fa piacere che le persone riconoscano questa capacità di essere un punto fermo dietro. Però quello che dico sempre è che io posso fare l’ultimo intervento, posso metterci una pezza, ma il lavoro è sempre collettivo. Ognuna ha le proprie qualità. Io ne ho alcune, altre compagne ne hanno altre. E alla fine è sempre il gruppo che fa la differenza”.

 

«Ho iniziato a giocare a cinque anni. E già allora dicevo che avrei fatto “la calciatrice professionista”. Però il momento in cui ho capito davvero che dovevo fare una scelta è arrivato a quattordici anni, quando ho ricevuto la prima convocazione in Nazionale Under 17. Lì ho iniziato a confrontarmi con tante ragazze provenienti da tutta Italia. Eravamo una selezione di sessanta giocatrici. E ho capito che esisteva un livello ancora più alto. Da quel momento non si trattava più soltanto di giocare la partita del fine settimana con le compagne di squadra. Da lì mi sono detta che dovevo fare qualcosa in più».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here