Rosalia Pipitone, portiere della Roma Femminile, ha rilasciato una lunga intervista a Vanity Fair, nella quale ha toccato diversi temi:

Qual è la prima cosa che dovrebbe portare il professionismo?
“Direi visibilità, ma quella già c’è, quindi tutele. Senza alcun dubbio. Fortunatamente la maggior parte delle società sono professionistiche e riescono a tutelarti. In altre realtà però, molte giocatrici sono costrette a smettere perché, in caso di infortunio per esempio, non hanno la possibilità di lasciare il lavoro, pagare l’intervento, la fisioterapia, affrontare costi e mesi di riabilitazione. Ecco, il professionismo vorrebbe dire anche tranquillità. Sapere di essere tutelate anche in quel caso. Sono fra quelle donne che pur essendo professioniste non riusciranno ad esserlo ufficialmente perché verso la fine della carriera, ma va bene così. Rispetto ad oggi una volta mettevi più passione, ma per il semplice fatto che il calcio femminile non era riconosciuto come oggi, non era un lavoro, in contemporanea si frequentava l’università o si cercava di arrotondare in altri modi. Oggi le calciatrici lo sono a tempo pieno. È stata un’evoluzione che la mia generazione ha fatto con piacere, lottando per diritti di cui potranno beneficiare le future generazioni”.

Cosa l’ha spinta a continuare nonostante queste incertezze?
“L’amore e la passione. La lotta al professionismo è partita solo qualche anno fa e questo ha generato anche la speranza di poter dare un piccolo contributo a un cambiamento che speravamo arrivasse e che sta arrivando. Sicuramente anche questo mi ha spinto a non mollare e a continuare a praticare lo sport che amo. Volevo dare un contributo”.

È nata e cresciuta a Palermo, com’è stato l’arrivo a Roma?
“Ero a un bivio della mia vita: o continuare a fare questo sport o lasciarlo. Avevo 26 anni e cambiare città a quell’età non era lo stesso che farlo a 20. Ma dovevo fare il salto di qualità, e per farlo dovevo lasciare Palermo, perché la possibilità di salire di categoria e passare alla Serie A là erano minime. E quindi di punto in bianco ho deciso di lasciare tutto, università e famiglia per investire nel calcio. Poi, arrivata al Mondiale (di Francia, nel 2019, ndr) mi sono resa conto che era stata la scelta giusta per me”.

La carriera le ha dato soddisfazioni.
“Assolutamente. Anche l’acquisto che l’AS Roma fece della Res Roma portò grandi soddisfazioni. Tutte noi speravamo che questo accadesse, e quando venne ceduto il titolo fu molto bello. La Res Roma era una società dilettantistica e non aveva le possibilità economiche che invece l’AS Roma, da professionistica, poteva offrire”.

All’estero ha mai guardato?
“Qualche anno fa sì, ma io sono troppo innamorata dell’Italia e volevo lottare per questo ambiente qui. Sentivo la necessità di restare qua perché speravo e sapevo che le cose sarebbero cambiate e solo rimanendo le cose cambiano”.

Cosa ha significato giocare in Francia nel 2019?
“Sono stata convocata al Mondiale a 32 anni, dopo anni e anni di speranze e di calcio. Ritrovarmi davanti a migliaia di spettatori, tutti appassionati a quel mondo, è stata un’emozione molto forte. Qualcosa di impensabile. Ricordo che un’’x calciatrice mi scrisse per messaggio: finalmente dopo oggi possiamo andare in giro a dire che facciamo le calciatrici. Una volta si faceva fatica a dirlo, ma per il futuro spero che le ragazze alla domanda ‘Cosa fai nella vita?’ possano rispondere ‘Faccio la calciatrice’. E questo solo il professionismo può renderlo possibile”.

Il Mondiale ha scardinato anche molti stereotipi. Il professionismo potrebbe portare anche maggiore competizione? Alimentare un sogno?
“Certo. Ogni tanto, quando chiamo a casa, mi riferiscono come le iscrizioni delle bambine nelle scuole calcio siano aumentate, specialmente dopo il successo del Mondiale, anche laddove prima era impensabile, e ora contano fino a dieci bambine iscritte nei pulcini. Questa è una grande soddisfazione, perché quando ero piccola io, prima dei 14 anni, anno in cui potevi tesserarti, non riuscivi a giocare se non per strada. I due anni del Mondiale non sono stati semplici. Abbiamo fatto tanti sacrifici e allenamenti, ma il nostro pensiero è sempre stato quello di farlo per le bambine di domani, perché magari i genitori, vedendo noi giocare bene, si appassionano, e quando la figlia andrà da loro dicendo di voler giocare a calcio, questi la sosterranno perché, magari, si erano appassionati a quella famosa nazionale del 2019”.

Com’è stato il rientro in campo dopo lo stop dovuto al Covid?
“Molto bello. Non siamo mai state così tanto lontane dal campo. E ora ritornare a praticare lo sport che amiamo e a fare ciò che nella vita vogliamo fare è un’emozione molto bella. Noi adottiamo il protocollo dei maschi con tamponi e sierologici, facciamo una vita più restrittiva perché dobbiamo stare attente. Casa, allenamenti e basta. Ma lo facciamo con piacere. Ci è mancato tanto giocare e questo ci spinge ora a stare più attente per non dover tornare a chiudere tutto”.

Credit photo: Arnaldo Cavallotti

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