Alice Pignagnoli, cresciuta calcisticamente nel settore giovanile della gloriosa Reggiana Femminile, nella quale viene aggregata per la prima volta nella stagione 2004-2005, collezionando due panchine nella massima serie. Nell’anno successivo viene inserita in pianta stabile nella rosa della prima squadra, come terzo portiere, e disputa il campionato Nazionale Primavera, come portiere titolare.

Nella stagione 2006-2007 viene ceduta in prestito in serie B alla Galileo Giovolley, squadra con la quale disputa 21 gare da titolare su 22, andando a classificarsi in terza posizione, a un soffio dalla promozione in A2. Da questo momento Alice inizia un valzer di prestiti che la porteranno in giro per l’Italia, nonostante la giovane età, fino all’esordio in serie A con il Milan e alla consacrazione con la Torres, squadra con la quale disputerà la Champions League e vincerà Scudetto e Supercoppa Italiana.

Nell’estate 2018 firma con il Genoa Woman dove disputa il campionato di Serie B.

Nel luglio 2019 si trasferisce al Cesena, rimanendo in Serie B dopo la retrocessione delle genoane. Ad inizio Dicembre sospende la carriera calcistica, poiché scopre di essere in dolce attesa.

Questo lieto evento ha sicuramente cambiato, o starà per farti cambiare le abitudini ed la solita routine sportiva, ma come vedi la figura di “giocatrice mamma” ?
Sicuramente difficoltosa dal punto di vista organizzativo, ma assolutamente stimolante e motivante sia per la mamma che per il bimbo. Diciamo che ci vorrebbe la comprensione da parte delle società e dello staff per organizzarsi al meglio (così come dovrebbe essere in qualunque azienda, ma sappiamo che spesso non è così).

Riesci a portare avanti una vita parallela tra le due realtà?
Per ora sì, e ne sono molto orgogliosa. Anche considerando la situazione attuale, vivo stagione per stagione, cercando di pormi sempre degli obiettivi ambiziosi, senza però dover trascurare la bimba e la mia famiglia, ma disposta a sacrificarmi, come qualunque mamma lavoratrice deve fare.

Quali garanzie, secondo te, hanno le giovani calciatrici, (ad oggi ancora dilettanti) e non professioniste, che in Italia intendono avere un figlio?
Sicuramente un fondo di maternità che le garantisce 1000 euro per 10 mensilità, e la possibilità di non interrompere il contratto in essere, in caso di gravidanza, così come succede per una qualsiasi infortunata. Poi il fatto di trovare una società che fornisca gli strumenti e la possibilità di tornare in campo dopo il parto, questa è un’altra cosa. Ma lo sport è molto meritocratico, chi vale in campo, prima o poi viene premiato.

Sarà soprattutto per questa penalizzazione che molte atlete devono scegliere tra la carriera e la gioia di crearsi una famiglia?
Sicuramente sì, oltre il fatto che molte atlete trovano ostacoli già molto prima di pensare a una gravidanza: pregiudizi esterni ma anche delle famiglie, difficoltà a conciliare l’attività agonistica con lo studio prima e con il lavoro poi, difficoltà ad organizzarsi con il neonato, senza dimenticare l’uragano di emozioni e di “prime volte” che ti travolge, una volta diventata mamma.

Se possiamo essere indiscreti: come sono state le prime settimane dopo la “ lieta novella”? E come hanno preso, della notizia, le compagne di gioco?
Per me sono state molto brutte, perché all’improvviso, dopo 25 anni mi ritrovavo a non poter andare sul campo quotidianamente, a non poter combattere con la mia squadra per raggiungere l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ma sopra tutto, visto che quasi nessuno prima d’ora l’aveva fatto, mi immaginavo che la mia carriera sarebbe terminata. Poi invece, grazie al sostegno delle compagne e della società, ho giorno dopo giorno immaginato di poter fare qualcosa di grande, e di poter costruire un’altra Alice, mamma, ma anche atleta, altrettanto forte, ma ancora più ricca e determinata.

Ma quali sono le risposte delle Società alla notizia che una sua atleta rimarrà bloccata dal campo?
Non so quali siano in termini assoluti, la storia di Lara ci racconta che il mondo sportivo femminile, in quanto ancora dilettantistico, e dunque non normato, è particolarmente eterogeneo. La mia società, sopra tutto nella persona della Team Manager Manuela Vincezi, mi ha fatto sentire accolta e non “ un peso”. Questa cosa mi ha dato la forza di immaginare un percorso unico, come quello che abbiamo svolto con il dottor Zavalloni, con un rientro in campo lampo, a 100 giorni dal parto. Sentivo che dovevo restituire qualcosa a questa società che ha creduto in me, quando molto non l’avrebbero fatto. Sia chiaro, capisco che sia un problema per la società quando un giocatore risulta indisponibile per tanto tempo, ma questo accade anche in caso di infortuni, che poi comunque possono avere strascichi nella carriera del giocatore, e la cosa viene vissuta in maniera diversa. Non capisco perché non possiamo pensare alla gravidanza come una cosa naturale nel percorso di un’atleta, che non toglie ma aggiunge qualcosa all’atleta stessa e alla società che ne detiene le prestazioni.

Quali consigli potresti dare alle tue colleghe, che vorrebbero affrontare questa stupenda gioia di creare una famiglia, ma forse sono ancora condizionate nella scelta di tali paure e/o preoccupazioni?
Sicuramente di buttarsi, perché essere mamme è l’avventura più bella e gratificante del mondo, ma anche, se intendono farlo, di lavorare da subito e farsi seguire da persone preparate, perché il percorso del rientro sarà tortuoso e difficoltoso, ma altrettanto bello e gratificante.

L’ imminente riconoscimento del calcio femminile italiano allo “status del professionismo” cambierà le visioni o i pensieri della donna calciatrice nel contesto di maternità?
Assolutamente sì, perché permetterà alle atlete di valutare il calcio non più solo come un hobby, da dover incastrare in mezzo alle incombenze lavorative e quelle private (in pratica sì, attualmente una calciatrice che voglia proseguire l’attività dopo il periodo di studi, si trova a dover vivere due vite contemporaneamente), ma come una professione, per cui verranno, finalmente riconosciute le tutele minime di dignità. Questo significherà anche molte più atlete che continueranno a giocare, dunque più concorrenza e inevitabilmente, crescita del livello di tutto il movimento e, sopra tutto, della Nazionale.


Calcio Femminile Italiano  è sempre attento e sensibile alle dinamiche delle calciatrici, mamme ed atlete, e ci piacerebbe fare altre interviste analoghe, pertanto se vuoi metterti in gioco e ci contatti avremmo piacere di condividere con i nostri lettori la tua storia.

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Paolo Comba
Paolo Comba, giornalista pubblicista iscritto all' ordine di Torino, ho conseguito il tesserino da Giornalista collaborando da prima con quotidiani on line ( settore calcistico giovanile : “11 giovani.it” e “gioca a calcio.it", in Piemonte) per entrare, successivamente, in redazione a Torino del settimanale cartaceo di “ Sprint&Sport" e Terzo Tempo (settore calcistico dilettantistico Regione e Nazionale - Professionistico – Serie D). Collaboro dal 2018 con RCS Sport per il Giro d' Italia (seguendolo in tutte le tappe) e nel Giro 103 ho collaborato come addetto stampa per quotidiani on line di ciclismo ( bikenews ). Appassionato di Sci alpino e nordico segue gare Mondiali e Coppa del Mondo dal 2000. Credo che il CALCIO FEMMINILE ITALIANO sia un movimento in grande crescita e debba avere le stessa visibilità del mondo “ maschile", pertanto, contribuisco a questo grande obbiettivo.