Extra time Negli ultimi mesi il calcio femminile sta ottenendo ottimi riscontri e sta collezionando sempre più spettatori, complice, senza alcun dubbio, lo spettacolo andato in scena in Spagna, dove il Barcellona femminile, al Camp Nou, ha registrato oltre 91mila persone in occasione del Clásico Femenino contro il Real Madrid per il ritorno dei quarti di finale della Women’s Champions League. L’iconico stadio catalano strapieno ha spinto le padrone di casa anche in occasione della semifinale della competizione più prestigiosa d’Europa contro il Wolfsburg, aggiudicandosi altresì il record mondiale di spettatori. La Juventus, invece, principale squadra italiana, è stata eliminata dal Lione, il club più titolato di Francia e d’Europa. Nelle persone che da poco hanno cominciato ad appassionarsi a questo meraviglioso mondo è sorta una domanda: “perché il livello del calcio femminile in Italia è cosi inferiore rispetto ad altre realtà?” Secondo quanto riportato da Sport del Sud, le ragioni sono molteplici.

Motivazioni storiche

La storia del calcio femminile affonda le sue radici in Gran Bretagna. Oltremanica iniziarono a formarsi team di calcio femminile già negli ultimi due decenni del XIX secolo e il primo incontro ufficiale di cui si ha notizia è datato 1895In Italia, invece, fa il suo esordio nel 1933, quando a Milano viene fondato il Gruppo Femminile Calcistico, ma ben presto il CONI bloccò le sue attività. Le donne avranno il permesso di giocare circa trent’anni dopo, quando nasce la Federazione Italiana Calcio Femminile, FIC, nel 1968, anno del primo campionato nazionale, vinto dal Genova.

Motivi economici

Per descrivere, poi, l’attuale divario economico e di opportunità del calcio femminile italiano rispetto ai suoi pari nel mondo, con tutti gli effetti sul suo mancato sviluppo, basta attuare un confronto di questo con la National Women’s Soccer League (NWSL) americana, l’esempio di calcio femminile più sviluppato nel mondo in questo momento. Il campionato italiano femminile produce ricavi intorno ai 10 milioni di euro, mentre il calcio femminile americano ha un introito totale di 50,8 milioni di euro annui. Le nostre calciatrici guadagnano di meno di quelle americane: una professionista negli USA guadagna circa 5000$ a match, per un totale di 100.000$ all’anno mentre, poiché il calcio femminile in Italia non è ancora (fino al prossimo anno) considerato professionistico, l’unica regola salariale vigente stabilisce che le calciatrici nostrane debbano guadagnare meno di 30000 euro annui. Queste “piccole” evidenze ci permettono di capire quanto una più adeguata incentivazione contribuirebbe allo sviluppo del calcio femminile europeo. Durante il Mondiale del 2019 l’UNICEF ha pubblicato un tweet in cui notava che 1.693 calciatrici messe insieme non arrivano a guadagnare neanche la metà di quanto guadagna (da solo) Lionel Messi.

Questione di mentalità

Non mancano certo i pregiudizi nei confronti di questo sport, perennemente paragonato in ogni particolare a quello maschile. La tendenza a considerare il calcio una attività prettamente da uomini è ancora troppo radicata nel tessuto sociale italiano. Carolina Morace, allenatrice di calcio ed ex calciatrice italiana, in un’intervista affermò: “Mi si risparmino le ca****e del confronto tra maschi e femmine. Nessuno paragona Serena Williams a Nadal”. E se in Italia gli stadi non si riempiono così come avviene in Germania, in Olanda o in Spagna è perché molto probabilmente il pubblico non è ancora pronto ad aprire le porte al calcio femminile che per ovvie motivazioni è differente ma che mostra tanto altro: gesti tecnici esaltanti, organizzazioni tattiche precise, sistemi di gioco perfettamente studiati, ma, soprattutto, passione e valori. Per avvicinare i fan al calcio femminile, alcune società estere hanno optato per disputare le gare più importanti negli stadi utilizzati dalla selezione maschile. Il 17 marzo 2019 l’Atletico Madrid ha permesso alla sua selezione femminile, ad esempio, di scendere in campo al Wanda Metropolitano per la sfida che avrebbe deciso il campionato contro il Barcellona. In quella occasione sugli spalti c’erano 60.379 persone. Il match fece registrare la più alta audience televisiva per una partita di calcio femminile in Spagna, con picchi di 413 mila spettatori e share del 5,5%. Gli Stati Uniti detengono il premio di maggior presenza media allo stadio: le Portland Thorns sono seguite da circa 17 mila spettatori a partita.

I club italiani non investono nel calcio femminile

La crescita del calcio femminile a livello di club è molto importante, e in questo senso le squadre maschili giocano per forza di cose un ruolo fondamentale. La grande maggioranza degli appassionati segue le partite per tifare la propria squadra, e il tifo conosce solo i colori del club, al di là dell’andirivieni di presidenti, giocatori e allenatori e, chissà, magari anche al di là delle differenze di genere. Molte società italiane, tra cui il Napoli e la Lazio non investono nel settore femminile diversamente dalla Juventus ad esempio, attualmente in vetta alla classifica di Serie A Femminile 2021/2022. Ciò nonostante, come riportato da A Bola, nelle ultime settimane è stato approvato un nuovo regolamento UEFA per licenze e sostenibilità finanziaria, che entrerà in vigore dal 1° giugno. All’articolo 21 del documento troviamo che le proprietà debbano supportare l’aspetto femminile con una delle tre possibilità: la creazione di una squadra, senior o in formazione, per partecipare a competizioni ufficiali, sostenere un club o l’organizzazione di iniziative che saranno definite dalla federazione.

Scarsa esposizione mediatica

Nei paesi del Nord Europa l’attenzione che viene data al calcio femminile è elevatissima. Televisioni, giornali e internet garantiscono un’ampia copertura e il seguito di pubblico negli stadi è notevole. In Germania il numero delle tesserate ha raggiunto il milione, in Canada sono 350mila, in Francia 90mila, in Inghilterra 80mila, per non parlare degli Stati Uniti dove le ragazze che giocano a calcio sono più di 15 milioni. In Italia le sole atlete tesserate con la FIGC sono appena 11mila; si raggiungono le 23mila unità se aggiungiamo il settore giovanile e scolastico e gli enti di promozione sportiva.

Recentemente però, grazie all’abbattimento di alcuni stereotipi, ma soprattutto all’aumento della sensibilità nei confronti della situazione precaria delle calciatrici, le cose stanno iniziando a cambiare. Già nel 2019 i mondiali di calcio femminile avevano ottenuto dei numeri altissimi in termini di copertura e visibilità mediatica in tutto il mondo, con un totale di 1,12 miliardi di utenti televisivi e digitali. In Italia la partita Italia-Brasile, trasmessa dalla RAI, aveva registrato il 29,3% di share, sfatando quindi ancora una volta il mito dello “sport che non interessa a nessuno”. Il nostro auspicio è che a partire dalla prossima stagione con il professionismo che farà capolino nella Serie A, le giocatrici avranno finalmente il riconoscimento che gli spetta e se una bambina sognerà di fare la calciatrice – o di lavorare in ambito calcistico – non avrà problemi a trovare delle strutture idonee che saranno pronte ad accoglierla per aiutarla a perseguire il suo desiderio e la sua passione.

Chiara Frate, attualmente iscritta al corso di laurea triennale in Mediazione Linguistica e Culturale, coltiva la passione per il giornalismo sportivo ed il calcio, sia femminile sia maschile. Attualmente è redattrice di SportdelSud, un giornale sportivo innovativo di partecipazione popolare che le ha offerto l'opportunità di mettersi alla guida di un progetto imprenditoriale nel settore della comunicazione. Conosce l'inglese, il francese, lo spagnolo e sta imparando anche il portoghese. Sempre pronta a schierarsi a favore della parità di genere, il riscatto delle donne e l’impegno costante e instancabile verso un nuovo approccio culturale anche dal punto di vista sportivo.