Il Cesena ha concluso un’ottima stagione di Serie B e si ritrova con un terzo posto che mette ancora una volta in evidenza il lavoro del Cavalluccio per potenziare il movimento calcistico al femminile. Tra le giocatrici che sono rimaste rispetto alla scorsa stagione (fermi restando i numerosi cambiamenti in rosa) compare Greta Di Luzio. La Redazione di Calcio Femminile Italiano ha avuto il privilegio di intervistare la classe 1999, tra le veterane dell’organico bianconero e le calciatrici che rappresentano la spina dorsale del gioco di Mister Rossi e del gruppo giovane, ma già molto forte, che si è portato a casa una stagione da ricordare.
La numero 19 del Cavalluccio ha introdotto la propria intervista raccontando il suo innamoramento per il calcio quando era ancora molto piccola. La sua passione nei confronti di questo sport la rendeva una bambina “atipica” rispetto alle altre, poiché sempre pronta a calciare un pallone e a scattare in lungo e in largo anziché giocare con le bambole, una storia d’amore che ha avuto inizio in via quasi del tutto inconsapevole: «Il mio innamoramento parte da prima che me ne rendessi conto. I miei genitori mi dicono sempre che per me è stata una passione innata, perché fin da piccolissima prendevo a calci un pallone e mi divertivo così. Le altre giocavano con le bambole, io volevo solo la palla, e quindi è una cosa che non è nata perché ho visto una partita, l’ho sempre avuta dentro. Ho sempre voluto giocare a calcio. Da piccola ci giocavo con gli amici, all’oratorio, in piazza, finché non mi sono iscritta a una squadra», e con l’iscrizione a una scuola calcio ha avuto inizio tutta la bella parabola ascendente della calciatrice bianconera.
Di Luzio ha indossato gli scarpini da calciatrice subito circondata da altre bambine, in quanto ha cominciato «relativamente tardi, a dodici anni, e mi hanno consigliato di cominciare con le ragazze. Prima giocavo con i maschi nella squadra dell’oratorio di casa mia, miei compagni di scuola con cui andavo d’accordo e con cui passavo molto tempo. Ero una di loro e non venivo discriminata, quasi mi esaltavano. Andavo d’accordo e “me la cavavo”, non avevano motivo per discriminarmi», e persino i suoi compagni di classe si erano accorti che l’attaccante aveva un feeling particolare con il pallone e con il calcio, per questo motivo veniva spesso inclusa nei loro giochi e non veniva mai discriminata in quanto “ragazza”.
I primi colori che la numero 19 ha indossato erano il rosso e il nero del Milan Ladies, poi ha conosciuto la Serie B con la San Marino Academy e, poi, i magici palcoscenici della Serie A insieme al Como Women, che aveva già incontrato sempre con la maglia delle Titane. Prima di giungere a Cesena, ha anche avuto una parentesi al Parma, sempre in Serie B. Di Luzio ha già incontrato diverse realtà e si è misurata con campionati diversi. La squadra con cui ha cominciato ad apprendere quelli che sono i valori dello sport è stata la San Marino Academy, quella che nei suoi ricordi rappresenta la svolta nella sua carriera poiché il momento in cui il calcio ha smesso di essere un sogno ed è diventato la quotidianità: «San Marino per me è stata la svolta della mia vita. Fino a quel momento, giocando al Milan Ladies che era una squadra dilettante a livello professionale avevo sempre visto il calcio come una passione e un divertimento, seppure fosse il mio sogno non l’avevo mai concepito come un possibile lavoro o una carriera nella mia vita. San Marino è stata una svolta perché è la squadra che mi ha cercato e mi ha portato via da casa, avevo diciannove anni e, per quanto prendessi uno stipendio minimo, per me è stato un momento di realizzazione grandissimo: vedevo che quella che era la mia passione poteva effettivamente diventare anche il mio lavoro e la mia vita.»
La San Marino Academy e indossare quella maglia sono stati «un’esperienza fortissima, perché è stato il mio primo periodo fuori casa, il mio primo anno da calciatrice vera e propria, e quell’anno siamo anche salite in Serie A, per me è stata l’apoteosi e non riuscivo a crederci. San Marino è stata la svolta», e nella vita di Greta Di Luzio un altro posto importante è occupato dal Como, che per lei è sinonimo di “casa” ed è un bellissimo ricordo: «Como per me è casa, è una società che ho sempre vissuto come “casa” sia per la vicinanza a casa, sia per quello che ha significato per me a livello calcistico essere andata lì in Serie B, aver vinto il campionato e conquistato la Serie A. Quella del Como è stata diversa, perché quell’anno c’è stata la riforma del professionismo e, per quanto mi sentissi una “calciatrice” come lavoro, quell’anno ho capito che era veramente così, poi il mio primo gol in Serie A, l’ambiente che si era creato tra noi giocatrici… per me sarà sempre “casa”!»
Il Parma è stata l’altra esperienza che ha concesso a Di Luzio l’occasione di mettersi in gioco. Con la maglia delle Ducali è riuscita a trovare altri margini di crescita e a migliorare come persona: «l’esperienza di Parma mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere; è stata anche il momento in cui sono rientrata dall’infortunio, quindi è stata più che altro un’esperienza a livello di vita.»
L’attaccante è ora a Cesena, a lì si trova «veramente bene. C’è un ambiente molto familiare e tranquillo, per me Cesena è “serenità”. L’ho imparato con gli anni, è un parametro che influisce veramente tanto.»
L’esordio in Prima Squadra è un momento che si è scolpito nella memoria della calciatrice, per quanto il suo momento sul rettangolo verde sia durato poco: «Il mio esordio in Prima Squadra al Milan Ladies quando avevo quindici anni. A quell’epoca il calcio femminile era un po’ diverso. Ero un po’ spaventata, perché avevo quindici anni e in squadra c’era tanta gente che aveva il doppio della mia età, al tempo stesso quando si trattava di stare in campo, di correre, volevo sempre dare il massimo perché volevo fare bene. Sono subentrata, ho giocato un quarto d’ora, ed è stata sicuramente un’emozione forte pur non avendo giocato moltissimo.»
Anche il primo gol in Serie A ha marcato un inizio nella carriera della giocatrice, arrivata finalmente a toccare il cielo con un dito dopo aver realizzato un sogno: «Il mio primo gol in Serie A è stato quando giocavo nel Como. Ho fatto gol di testa contro il Sassuolo, che è stato il gol che ci ha fatto pareggiare la partita, è avvenuto tutto in modo rocambolesco, però quando ho segnato è stata una liberazione fortissima, ero veramente contenta. Avevo già fatto metà stagione di Serie A con il San Marino e non ero riuscita a segnare, quindi per me, da attaccante, quello incideva su quella che era la mia valutazione della partita e della stagione, quindi è stata davvero una liberazione grandissima.»
Di Luzio non ha mai pensato di appendere gli scarpini al chiodo o di rinunciare a questo sport, la motivazione per cui continuerà a scendere in campo con la determinazione e la grinta di una persona che vede nel calcio l’obiettivo principale del proprio presente: «No, assolutamente no, anche perché nella mia ottica il calcio viene prima di tutto in questo momento principalmente per una questione biologica e fisiologica: so che potrò giocare a calcio fino a una certa età e poi dovrò inevitabilmente smettere, e quindi fino a quel momento voglio godermela appieno e al massimo delle mie possibilità»
Il cammino della giocatrice con la maglia del Cesena è cominciato lo scorso anno, in un momento tutt’altro che facile per lei, in quanto nel bel mezzo della ripresa da un brutto infortunio e da una stagione piuttosto travagliata con la maglia del Parma. La scelta della compagine romagnola deriva dalla necessità di ritrovarsi e di ottenere un maggiore minutaggio in campo, due obiettivi che è riuscita a centrare anche grazie alla presenza di figure di riferimento già conosciute che le hanno dato modo di indossare la maglia del Cesena con tranquillità e con la sicurezza di andare a immergersi in un ambiente positivo: «Ho scelto Cesena la stagione prima arrivando dall’esperienza di Parma, dal fatto che la stagione prima mi ero rotta il crociato, e quindi a prescindere la mia priorità era di tornare a giocare e in un ambiente in cui stessi bene. Qui a Cesena c’era Alain Conte, colui che mi aveva chiamato e che era anche stato il Mister che mi aveva lanciato a San Marino, quindi sapevo in che ambiente sarei arrivata e che persona avrei trovato, questo mi ha sicuramente lasciato delle sensazioni positive per la mia scelta», e al di là delle persone a lei conosciute sapeva già in anticipo di essere in procinto di viversi un’esperienza indimenticabile in un posto da lei conosciuto e a lei molto caro per i trascorsi con la San Marino Academy: «In Romagna ci avevo già vissuto, quando giocavo alla San Marino vivevo a Rimini e conoscevo questo posto, che per me è uno di quelli in cui si sta e si vive meglio. Sapevo quindi che fuori avrei trovato un posto che mi piaceva, in campo conoscevo già il Mister e il suo modo di interpretare il calcio e di giocare, e quindi questo mi ha aiutato, perché in quel momento avevo bisogno di un po’ di certezze.»
L’ambiente, la squadra, la Società, le calciatrici, tutto attorno a lei sembrava essere perfetto per poter rimanere ancora a lungo con quei colori sulla pelle, e infatti la calciatrice ha scelto, senza nessun tipo di esitazione, di prolungare il proprio contratto con la squadra romagnola, che si è anche dimostrata all’avanguardia e intenzionata ad apportare modifiche per trasformare ancora di più questo modo di fare e di intendere il calcio: «Dopo la stagione dell’anno scorso ho deciso di rimanere per l’ambiente e per il clima, in cui mi trovavo bene, lavoravo bene. Anche se è cambiato Mister questo è rimasto, e quest’anno hanno anche fatto una svolta come Società, quella di mettere gli allenamenti al mattino, l’ho visto un tentativo di fare dei passi in avanti anche dal punto di vista calcistico, si vede anche nei risultati, che all’inizio erano quasi insperato all’inizio. Se il campionato fosse durato altri due mesi, non sono sicura che sarebbe finito in questo modo: credo tanto nel mio gruppo, nelle mie compagne e nella mia squadra.»
Negli anni ha sempre segnato tanto e si è sempre inserita benissimo negli ingranaggi delle squadre in cui ha giocato. Dal suo arrivo al Cesena c’è stato un picco davvero evidente nelle sue prestazioni e nei gol: lo scorso anno ha messo la sua firma per 14 volte, quest’anno 12. Di Luzio ha di fatto dichiarato che non si reputa «un’attaccante che vive per il gol: mi presto molto di più a quella che è l’esigenza della squadra e a fare il bene della squadra, questo delle volte si traduce nel far gol e altre nel fare un lavoro un po’ più sporco, però penso sempre che, quando uno gioca per la squadra, la squadra giochi per il singolo, quindi sono molto contenta di essere riuscita in questi due anni a fare un po’ di gol», e quello che conta è il risultato che riesce a portarsi a casa la squadra e non la singola individualità sul rettangolo verde. In ogni caso, la calciatrice ritiene che, osservando la stagione da lei giocata, avrebbe «potuto farne di più, però dopo l’infortunio, quando sono tornata a giocare, era un punto di domanda. Non ho mai dubitato delle mie qualità, però c’era un punto di domanda, e secondo me mi sono trovata nell’ambiente giusto per dare il meglio di me.»
Di Luzio è una delle veterane agli ordini di Mister Rossi e una di quelle calciatrici insostituibili, tant’è che spesso porta al braccio la fascia da Capitana, un’eredità davvero importante, visto e considerato l’addio di Elena Casadei, che era la storica giocatrice a indossarla. Cesena è stata una svolta nel proprio modo di vivere il calcio anche per le esperienze provate per la prima volta, quali la fascia da Capitana al braccio, che non aveva mai fatto parte del suo percorso: «Prima di Cesena non avevo mai avuto l’occasione di fare la Capitana in una squadra, anche se in altre squadre sono rimasta più tempo che a Cesena. Per me è sicuramente un grande onore e una bella responsabilità, ed è stata una cosa che mi ha fatto crescere sotto diversi aspetti», e il rapporto con l’ex numero 7, Elena Casadei, è tanto forte da non farle mai pensare di potersi paragonare a lei anche e soprattutto per la storia d’amore che ha legato quella giocatrice al Cesena, di cui è uno dei simboli senza tempo: «Con Casadei ho giocato l’anno scorso, è una carissima amica e una persona che stimo tanto e che per me è il simbolo del Cesena. Ancora adesso, quando la vedo, la chiamo “Capitano”, da un lato sono contenta di aver ricevuto la sua eredità, al tempo stesso sto cercando di interpretarla per quella che sono io e il mio meglio, anche se magari non è paragonabile alla sua storia con questa Società. Nel mio piccolo cerco di fare del mio meglio, soprattutto quest’anno che ci sono tante ragazze giovani e a cui va indicata la via.»
La filosofia della squadra agli ordini di Mister Rossi è ben consolidata: dare spazio a giovani calciatrici italiane alla ricerca della propria crescita personale e che cercano di giocare a calcio senza mai perdere il sorriso. Di Luzio fa parte di questo progetto, e si è anche confrontata con il tecnico, analizzando quello che ha percepito e che ha compreso della Società nel giro di questi due anni: «Ne ho parlato anche con il Mister. Ho sentito in questi due anni diverse giocatrici che sono arrivate a Cesena quasi per caso e che poi non se ne sarebbero più andate: a livello di ambiente, città e Società ti fanno sentire davvero a casa e bene. A livello di ambizione e competitività con altre Società peccano un po’, perché tante volte noi calciatrici guardiamo l’aspetto economico, il brand e queste cose un po’ più “materiali”, e soprattutto il fatto che ci siano sempre tanti prestiti toglie un po’ la progettualità del futuro: quest’anno sai che avrai queste giocatrici in prestito, però chissà se il prossimo anno le avrai ancora», ma al di là della progettualità focalizzata sul presente e non sul futuro il Cesena è anche una Società in cui l’ambiente permette a tutte di crescere e di scendere in campo con serenità: «il Cesena è una Società che vuole a prescindere far sempre bene e il suo senza porsi degli obiettivi precisi, ma avendo comunque dei sogni, e questa è una cosa che al tempo stesso fa vivere la stagione in maniera più serena e ti permette di vivere anche meglio a livello di campo, con meno stress e con più leggerezza, che è un fattore positivo.»
«Non so dove arriverà il Cesena però, se vuole ambire a qualcosa di più anche nella categoria più alta secondo me servirà l’apporto anche della Società maschile, perché adesso in Serie A ci sono delle squadre che sono veramente attrezzate, e da quel punto di vista non possiamo ancora competere. Non si sa mai che, se dovessimo vincere il campionato e arrivassimo in Serie A, i maschi decidano effettivamente di darci una mano», la progettualità della squadra deve forse vedere qualche modifica perché il gruppo mantenga sì la filosofia di calciatrici giovani, ma inserisca qualche pedina di esperienza e non apporti troppo ricambio affinché si possa avere continuità, così come il supporto da parte della Società maschile.
Di Luzio, prima di scendere in campo per la prima volta in stagione, aveva degli obiettivi personali che si era prefissata, ma è in corso d’opera che è andata ad aggiungere tasselli ai propri desideri e ai propri stimoli in vista del futuro, visto che non si è «mai posta degli obiettivi precisi, perché delle volte avere degli obiettivi dal punto di vista numerico può essere una cosa che mette ansia, e il calcio non voglio viverlo in questo modo. Il mio obiettivo era giocare il più possibile, divertirmi, far bene, portare la squadra il più in alto possibile, e devo dire che da questo punto di vista ho e abbiamo fatto un ottimo percorso», ma, per quanto ci si possa orientare verso una stagione all’insegna della propria crescita personale, la bianconera ha in seguito ammesso che rimane comunque, dentro di lei, quel desiderio di scendere i campo per superare i propri limiti: «Non nascondo che voglio fare gol, mi piace fare gol, e voglio provare ad andare il più in alto possibile, ma non lo considero un fallimento se non succede, perché per me l’importante è il bene della squadra.»
Si ringraziano immensamente Greta Di Luzio, l’addetto stampa Filippo Minardi e il Cesena Calcio Femminile per il tempo, la disponibilità e l’immensa fiducia a noi concessaci.






