L’Angelo Baiardo sta facendo parlare di sé non solo per i risultati ottenuti in prima squadra che affronta il campionato di serie C mostrando, ogni settimana di più, tutto il proprio valore ma anche con il settore giovanile. La società che vede come presidente Cristina Erriu è, a Genova, una realtà in crescita che si basa sullo sviluppo di un settore giovanile sempre più ambizioso e meritevole dei traguardi ottenuti e di attenzione.
Calcio Femminile Italiano ha raggiunto Simone Troiolo, Responsabile del Settore Giovanile, e Deborah Naticchioni, allenatrice dell’U19 ed ex calciatrice della prima squadra del Baiardo, per parlare dei successi dell’U19 e dell’U15 neroverde. Entrambe le formazioni, infatti, si sono distinte nei propri campionati d’appartenenza: L’under19 ha alzato la Coppa Liguria e il Campionato regionale Juniores, l’U15 si è qualificata ai playoff interregionali del campionato nazionale di categoria assieme ad Entella, Spezia e Venaria.
Simone, per quanto riguarda anche le opportunità nel territorio, quanto è importante avere un settore femminile che può crescere e maturare?
“ L’aspetto su cui mi batto tanto è innanzitutto la ricerca delle persone giuste, è il punto di partenza: Non mi riferisco per forza a tecnici navigati che sanno già il fatto loro, piuttosto a persone che abbiano fame, voglia di mettersi in discussione e che in qualche modo credano nella realtà che noi stiamo fornendo. Tutto questo è riuscito a collimare anche col fatto che sono allenatori giovani non tanto distanti dall’età delle ragazze che vanno ad allenare, ma con un’esperienza alle spalle importante. Questo permette un po’ di far vedere alle bambine o alle ragazze che la loro Mister, la loro istruttrice, il loro responsabile, tramite un percorso, sono riusciti ad arrivare lì. Guardando il rovescio della medaglia, invece, quando al timone c’è una persona più navigata, viene a mancare quel legame che porta a capire il percorso fatto per giungere a far parte dello staff. Il nostro segreto secondo me è anche questo: parliamo di senso d’appartenenza, di ragazzi giovani sono riusciti a vivere un percorso nel Baiardo e quindi sanno che cosa vuol dire farne parte. In questo modo si insegna l’amore per la maglia e quel senso di appartenenza che è importante in una squadra”.
Deborah, parlando del settore giovanile in quanto risorsa sia per il per il territorio ligure che per il fatto che c’è un senso di comunità che è davvero importante, come potresti descrivere l’ambiente in cui hai operato?
“Io sono originaria della provincia di Latina, quindi vedo una similitudine, ma anche delle delle piccole differenze rispetto al luogo in cui sono cresciuta perché lì gli spazi sono un po’ più allargati e le forze un po’ si dividono, rispetto a quello che si vede qui. Questo porta un livello d’attenzione diverso, più concentrato: al Baiardo una bambina fa un percorso di crescita continuo nella stessa società ed è li che vede i risultati arrivare”.
C’è una partita o un momento in cui voi avete capito o avete maturato la consapevolezza che sarebbe andata bene, che sareste riusciti a raggiungere gli obiettivi preposti?
“Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo pensato ok, ce la possiamo fare. Ogni partita era veramente a sé, anche quelle che potevano sembrare più scontate in realtà non lo erano perché ci si scontrava sempre con società e ragazze che facevano il massimo e non ci hanno mai regalato niente. E’ stato bello proprio per questo: Anche se i risultati dicono che, a parte qualche inciampo, le abbiamo vinte tutte, alla fine è stato è stato un campionato importante perché non è mai stato perso l’obiettivo.
Ti posso dire che il nostro motto è sempre stato un po’ quello di arrivarci tutti insieme: ci siamo andati vicino negli anni scorsi e sia con Deborah che con Giuseppe Cosentino, il mister dell’U15, io non mi sono mai nascosto. Ho detto che secondo me la nostra società deve cercare di ambire sempre al massimo che può raggiungere.
Se non ci si riesce, facendo parte di un settore giovanile, non è il risultato sportivo che ci deve interessare; è pur vero che il fatto di poter dire ‘ce l’ho fatta’ da maggiore visibilità e lustro al nostro lavoro, noi stiamo lavorando tanto da quattro anni e il fatto di poter mettere in bacheca i nostri primi titoli regionali a livello giovanile da credito ulteriore al lavoro che è stato fatto. In cuor mio io fin da subito sapevo che questo poteva essere il nostro anno: agli allenatori questo l’avevo già detto a inizio stagione ora posso mettere le carte sul tavolo e chi mi vuole credere mi crede chi non mi vuole credere fa lo stesso. La cosa positiva è che anche dalle sconfitte che sono arrivate si è riusciti a ripartire più forti e capire dove poter migliorare”.
Il gruppo quanto è cresciuto e in che cosa è cresciuto secondo voi dall’inizio della stagione ad oggi?
“Il cambiamento iniziale sia stato proprio dall’inserimento dell’allenatrice. Deborah ha portato un’innovazione sul metodo di lavoro e sulla professionalità che ha fatto fare dei passi in avanti a livello di di crescita collettiva. Le ragazze l’hanno seguita fin da subito, e hanno fatto più gruppo tra di loro: rispetto agli anni scorsi hanno fatto squadra, si sono supportate nei momenti di difficoltà che riscontravamo. Mi sento di dire che da parte di tutti ci sia stata la voglia di mettersi in discussione e questo ha permesso di capire dove poter migliorare. Sul discorso tecnico ti posso dire che ho visto una squadra con un’identità precisa, che ha voglia di giocare ed imporsi, non di guardare da spettatrice gli altri”.
“Io, come Mister, sono stata abbastanza appoggiata anche da parte dello staff che mi ha aiutata e questo è servito per correggere quelle quelle differenze anche di personalità che mi costringevano ad intervenire un po’ più spesso. Da giocatrice so come funziona lo spogliatoio femminile, e mi accorgo prima di queste dinamiche, forse quello è il lato positivo di avere una un’allenatrice donna che ha avuto già quel vissuto e ha portato ad avere un gruppo coeso.
Deborah, quanto ha contato invece l’aspetto mentale, entrare in campo convinte delle proprie potenzialità e quanto curate l’aspetto psicologico che è importante per una calciatrice e una squadra?
“L’aspetto psicologico è fondamentale. Al contrario del settore maschile, dove magari si trova più facilità nel dare forza perché loro hanno già di per sé la voglia di di combattere e di notare, in quello femminile c’è un’insicurezza di base per cui lo staff è chiamato a trovare la chiave giusta per far crescere quella fiducia che manca. L’appartenenza al gruppo ha un ruolo fondamentale perché non avendo fiducia da parte del gruppo, anche quella in se stesse diminuisce. Abbiamo cercato di lavorare più su quello: a livello di partita all’inizio ci sono stati momenti non facili ma poi anche chi partiva in panchina era comunque felice di di giocare quella partita, perché noi fin dall’inizio abbiamo cercato sempre di dare spazio a tutte. Il merito è un altro aspetto su cui si è lavorato: per avere spazio le ragazze hanno capito che dovevano mettercela tutta”.
Nel passaggio tra da giocatrice ad allenatrice, quali sono le principali differenze che hai riscontrato? Qual è il ruolo che senti più congeniale ad oggi?
“Ho scelto di fare terminare il mio percorso da calciatrice nella stagione che è appena finita. Ho voluto fare questo switch nella società che mi ha permesso di ricoprire entrambe i ruoli e non è stato facile. Capitava che quando la domenica dovevo andare a giocare con la prima squadra, avessi ancora la testa alla partita con con l’U19: Staccare, passando da una veste all’altra è stata la difficoltà più grande. Ho trovato più soddisfacente il ruolo di allenatrice, che vive le emozioni soprattutto nel collettivo, rispetto all’individualità della calciatrice. La gioia di tutti è più gratificante e penso che quella sia stata la differenza principale che motiva anche la scelta di lasciare il calcio giocato”.
Quindi un futuro da allenatrice e che altro?
“Futuro da allenatrice e poi vedremo. Sicuramente è la mia priorità questa, a livello lavorativo e di vita: ho per un compagno che sta più o meno intraprendendo la mia stessa strada e cerchiamo di viaggiare insieme in quel binario”.
Simone, come si costruisce da zero un settore giovanile femminile?
“Con una bambina (ride ndr). Come attività siamo partiti quattro anni con un percorso inverso rispetto alle solite tabelle di marcia perché siamo partiti da dalla prima squadra femminile che già al primo anno ha stravinto il campionato di eccellenza e si è portata in serie C. Dopodichè ci siamo mossi per dare un approvvigionamento, chiamiamolo così, al settore giovanile. Ti posso dire che È stata veramente dura perché Genova è una città grossa, ma allo stesso tempo piccola. È una città che con un territorio complicato, complesso, siamo chiusi tra il mare e i monti e non ci sono tante strutture. Anche riuscire a radicarsi nel territorio è stato complicato, soprattutto convivendo con due realtà professionistiche come Sampdoria e Genoa che possono quindi attingere dalle realtà dilettantistiche. Non c’era tanta domanda, quindi. La nostra bravura probabilmente è stata quella di essere riusciti ad insediarci in un punto strategico diverso dalla sede dalla sede legale della società che è in via Mogadiscio Sant’Eusebio, in Val Bisagna dove ci sono una marea di squadre. Abbiamo trovato un punto al Levante della città che è da gestire perché non siamo vicino alla società, non c’è la segreteria di supporto e non abbiamo quel senso d’appartenenza, perché dici il cuore della società è lì. Qui si sono mossi i primi passi e, man mano che il tempo passava, tutta la cittadinanza, i nostri avversari e le società vicine hanno identificato questa zona di Genova come la zona nostra di movimento per la scuola calcio. Certo, vicino a noi in questo momento c’è poco, all’estremo Levante non ci sono altre realtà che stanno puntando sul femminile, e in questo probabilmente siamo stati lungimiranti e bravi. Allo stesso tempo siamo stati anche bravi nel far passare le le ragazze dell’estremo Levante al cuore della società: U15 e U19 si allenano al Baiardo e il fatto di poter dire a una famiglia che vive a Genova-Nervi che deve attraversare tutta la città per venire ad allenarsi non è scontato. Il segreto nostro sono le persone, abbiamo trovato gente affamata, che ha voglia di mettersi in discussione, crede nel progetto”.
Questo doppio titolo che messaggio lancia al territorio?
“Bisogna avere le idee chiare, avere una società forte alle spalle che sia di supporto. Le idee sono tutte meravigliose, ma se non sono supportate da persone che ci credono, restano idee. Noi abbiamo alle nostre spalle il presidente Cristina Erriu e e suo marito Luca Gattiglia, follemente innamorati del calcio femminile: senza il loro supporto e apporto probabilmente non saremo dove siamo oggi. Sarebbe veramente importante che ci fosse più possibilità per tutti per tutte le bambine di poter giocare in società come la nostra, perché trovare un ambiente sano costituito da persone con la P maiuscola che riescono a prendersi cura di loro, facendogli fare quello che amano è il segreto di ogni successo. Noi vogliamo vogliamo essere all’altezza del nostro nome, nel tempo ci siamo dovuti adattare e siamo nella morsa delle società professionistiche, ogni anno vediamo le nostre atlete partire. Siamo contenti che vadano a fare un’attività professionistica, perché se ci sono delle ragazze che possono vivere quel sogno è giusto che noi glielo facciamo vivere. D’altra parte, però, significa anche che ogni anno dobbiamo fare conto coi numeri”.
Tra un paio d’anni, dove vedi il settore giovanile del Baiardo? A che livello lo vedi, con quali traguardi raggiunti?
“Dal prossimo anno completeremo diciamo tutte le squadre del settore giovanile, perché avremo anche un’U17. Avremo tutta la nostra filiera dalle piccole delll’under 10 alla prima squadra, sicuramente uno degli obiettivi futuri sarà mantenere questo trend e se possibile migliorarlo non solo numericamente, ma anche qualitativamente. Vorremmo portare più possibile calciatrici alla prima squadra, è un po’ l’obiettivo di un settore giovanile quello di cercare di dare man forte alla prima squadra che oggi fa degli investimenti per prendere calciatrici da fuori. Io sarei la persona più felice del mondo se riuscissimo ad avere delle ragazze provenienti dalla dalla nostra cantera, perché significa che abbiamo fatto un buon lavoro. Dove lo vedo? Spero il più in alto possibile: Il nostro motto è sempre che ‘Noi puntiamo alla luna e se non dovessimo arrivare alla luna, ci facciamo un giro tra le stelle’, questa è la nostra frase”.
Abbiamo parlato principalmente dell’U19 e del loro percorso, ma vorrei anche chiedervi dell’U15 e del loro titolo regionale.
“Ho collaborato in U15 insieme a Cosentino e credo che lì il segreto sia stato la capacità di di organizzazione e gestione quanto riguarda gli allenamenti. Mi riferisco crescita del gruppo, c’è stato proprio un percorso Ad hoc per le per le ragazze, dove il dettaglio ha fatto la differenza. La leva U15 è un’età particolare in cui si inizia a capire quello che ti piace e cosa no: gestire anche un po’ l’emotività di queste giovani ragazze non è non è stato facile, ma anche lì il lavoro tutte insieme è stato fondamentale. Quasi è stato più facile per loro, perché da adolescente ognuna di loro si dava forza. Sono state loro ad insegnare a noi che vuol dire fare gruppo e noi da staff abbiamo preso esempio da loro. Sono contenta del loro percorso, se lo meritavano se lo meritavano per l’impegno e la dedizione mostrata: sono sempre state presenti durante gli allenamenti. Anche la bambina, la ragazza che giocava meno non ha mai dato modo di di mollare, è sempre stata presente per il gruppo e per le compagne. Questo traguardo è stato il giusto premio per loro”.







