C’è una profonda ironia nelle pagine della storia del calcio australiano. Mentre il gioco è stato introdotto nel 19° secolo dalle stesse forze coloniali che hanno negato il riconoscimento alle comunità native australiane, il calcio è diventato uno dei pochi spazi sportivi in ​​cui gli aborigeni sono stati accettati – e persino celebrati – come parte della vita culturale australiana.

In effetti, le persone provenienti dalle cosiddette “First Nations” sono state coinvolte nel calcio per molto più tempo di quanto le storie ufficiali riconoscano.

“L’Australia aborigena aveva sviluppato una cultura sportiva molto prima che gli europei arrivassero nel continente australiano”, scrive il professor John Maynard nel suo libro The Aboriginal Soccer Tribe.

“William Blandowski, uno dei primi scienziati pionieri che esplorò la regione del fiume Murray vicino a Mildura nell’angolo nord-ovest di Victoria, vide una partita di baseball degli aborigeni giocata dal Nyeri Nyeri, nel 1857”.

Anche le donne aborigene sono sempre state al centro di questa storia. Già dalla metà del XX secolo, secondo Maynard, le donne delle First Nations partecipavano al gioco del calcio insieme alle loro coetanee: uno spazio dove potevano scappare, anche solo per un’ora alla settimana.

Karen Menzies, ad esempio, ha usato il calcio come supporto per elaborare il dolore intergenerazionale dovuto al far parte della “generazione rubata” dopo essere stata sottratta alla madre naturale all’età di otto mesi. Crescendo, Menzies iniziò a capire cosa fosse successo e a fare i conti con la sua complessa storia ed identità. Identità di donna aborigena la cui famiglia era stata distrutta. Ma mentre la sua identità culturale era in continua evoluzione, qualcosa per lei è rimasto costante, il calcio.

Come molte ragazze all’inizio degli anni ’70, Menzies ha iniziato a giocare con il fratello adottivo e altri ragazzi a scuola. Nonostante gli impedimenti tentati dagli adulti intorno a lei, come insegnanti, genitori affidatari e assistenti sociali, Menzies ha continuato a giocare comunque. E dopo il suo trasferimento a Newcastle nel 1976, ha partecipato alla sua prima competizione femminile in assoluto.

“Non c’è dubbio che il calcio sia diventato un’ancora di salvezza per me.”

E da lì in poi la sua carriera ha fatto solo passi da gigante, è stata chiamata a giocare nel NSW State Open l’anno successivo, dove sarebbe rimasta per altri 13 anni. Nel giorno del suo 21° compleanno, Menzies è stata informata di essere stata scelta per rappresentare la squadra nazionale, la prima donna aborigena a farlo nella storia del calcio australiano.

Menzies è stata la prima donna australiana indigena a indossare la maglia della nazionale nel 1983, ma non è stata l’ultima.

Kayleen Janssen è diventata la prima donna indigena a rappresentare l’Australia in una Coppa del Mondo femminile FIFA nel 1995.

Anche l’attaccante mancina Belinda Dawney, orgogliosa donna Bundjalung di Tweed Heads, è stata un’altra sportiva estremamente dotata e impegnata. Dopo aver vinto una borsa di studio alla Queensland Academy of Sport, per tre sere alla settimana per due anni e mezzo, Dawney ha fatto il viaggio di andata e ritorno (di 250 chilometri) da Tweed Heads a Brisbane solo per potersi allenare.

Per molto tempo, Bridgette Starr è stata una delle giocatrici indigene con più presenze nelle Westfield Matildas. Un talento immenso, Starr rappresentato l’australia in diverse Coppe del Mondo femminili e ai Giochi olimpici.

Poi sono arrivate Lydia Williams e Kyah Simon. Un’altra giocatrice dotata di un innato talento per sport è senz’altro Kyah Simon, che ha scritto il suo nome nei libri di storia australiana molte volte. Da adolescente, l’attaccante ha segnato il rigore vincente che ha portato l’Australia a vincere la Coppa d’Asia femminile 2010 organizzata dall’AFC. Un anno dopo ha aggiunto un altro record diventando la prima australiana indigena a segnare in una Coppa del Mondo FIFA con la sua doppietta contro la Norvegia nel 2011. Quattro anni dopo, ancora una volta è stata Simon a segnare contro il Brasile per registrare la prima vittoria a eliminazione diretta dell’Australia a una Coppa del Mondo senior. Con 92 presenze, Simon è sulla buona strada per un altro pezzo di storia: la prima calciatrice indigena a registrare 100 presenze con l’Australia.

Lydia Williams è ad oggi tra i migliori portieri femminili del mondo, gioca per uno dei migliori club del mondo e ha il maggior numero di presenze tra i portieri delle Westfield Matildas. Dentro e fuori dal campo, Williams è sempre stata influente per le sue compagne.

“Negli ultimi 40 anni le donne aborigene hanno lasciato un’impronta indelebile nel gioco mondiale e nel suo sviluppo in Australia”, ha affermato il professor Maynard.

Con il numero crescente di ragazze indigene che iniziano a giocare a calcio, non c’è motivo per cui non sperare che possano lasciare un’impronta ancora più grande in futuro.

Photo Credit: Westfield Matildas

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