Il portiere è forse il ruolo più difficile del calcio, perché serve concentrazione e senso di responsabilità, e per aumentarli bisogna avere al proprio fianco l’allenatore dell’estremo difensore: per questo abbiamo voluto approfondire con il presidente di APPORT – Associazione Italiana Preparatori Portieri Calcio – Claudio Rapacioli.

Che cos’è l’APPORT?
«L’APPORT è l’acronino di Associazione Italiana Preparatori dei Portieri di Calcio nato nel 2002 a Firenze, quando ancora la Federazione non considerava la figura dei preparatori dei portieri. L’obiettivo era quello di colmare quel vuoto, facendo corsi e stage incentrati su questa figura, e cercare di sensibilizzare la FIGC per istituirla a livello federale: questi target sono stati centrati nel 2010, anno in cui la Federazione ha riconosciuto il ruolo di preparatore dei portieri e adesso stiamo andando avanti cercando di valorizzarlo, ovvero di un lavoro a 360 gradi».

Com’è cambiato il ruolo del portiere in questi ultimi anni?
«Il ruolo del portiere è cambiato tantissimo negli ultimi anni: è stato sempre di più considerato dai tecnici come un giocatore sia in fase offensiva che difensiva, perché è un giocatore a tuuti gli effetti di aiuto al gruppo sia in fase di possesso, basta vedere le squadre che partono dal basso, che in quelal di non possesso, soprattutto quando vai a difendere gli spazi in linea difensiva».

Quanto conta avere al proprio interno di un club di calcio la figura del preparatore dei portieri?
«Dipende molto dalla cultura calcistica della società, dirigenti e allenatori: il tecnico deve rendersi conto che il prepartore dei portieri non è una figura secondaria, ma bensì un soggetto completo che sa di tecnica e tattica e psicologica: Non possono prendere un ex portiere o una persona di conoscenza e avere vantaggi, perché il preparatore dei portieri è parte integrante della squadra. I dirigenti devono capire le capacità degli allenatori dei portieri: passione, conoscenza del ruolo e professionalità sono fondamentali per la costruzione di questa figura, sia nella prima squsdra che nel Settore Giovanile».

Ci sono delle differenze, sul ruolo dell’estremo difensore, tra il calcio maschile e quello femminile?
«Parlando con persone che lavorano nel settore femminile mi sono reso conto che non ci sono differenze, tra il calcio maschile e femminile, l’unica differenza è a livello di velocità e di forza, che però è relaitva, con le traiettorie sono a forma di parabola a velocità inferiore».

Come sta sostenendo l’APPORT per la crescita del movimento calcistico in rosa nel nostro paese?
«Noi abbiamo reso obbligatorio la figura del preparatore del portiere anche nel calcio femminile, e durante gli stage che organizziamo dedichiamo uno spazio anche a qeusto ovimento, visto che il calcio in rosa sta dando parecchie soddisfazioni e possono esserci in questo settore anche degli sbocchi lavorativi importanti».

Quali possono essere le prossime mosse per rendere il calcio femminile italiano più appetibile?
«Secondo me bisogna alzare il livello di qualità dei tecnici a livello giovanile, e soprattutto che le società invenstano in allenatori preparati».

La Redazione di Calcio Femminile Italiano ringrazia APPORT e il presidente Claudio Rapacioli per la disponibilità.

Elia Soregaroli
Nato il 12 luglio del 1988 a Cremona, Elia ha sempre avuto una grande passione per il mondo del giornalismo, in particolar modo a quello sportivo. Ha due esperienze lavorative in questo settore, IamCalcio e ManerbioWeek (che è attualmente in corso), un workshop con l'emittente televisiva Sportitalia, e uno stage curricolare con il Giornale di Brescia. Si avvicina al calcio femminile nel 2013 grazie ai risultati e al percorso del Brescia CF e da allora ha cominciato ad occuparsi anche del movimento in rosa. Oltre a questo ho come hobby leggere libri e i balli latinoamericani.