Le atlete madri, che portano avanti una carriera negli sport, sono sempre più numerose al mondo. Ma se questa figura di “giocatrice mamma” stereotipa della donna del ceto medio urbano  impegnata la maggior parte del tempo a seguire i figli nelle loro attività extrascolastiche, tra cui il calcio, è l’espressione concreta di chi riesce a portare avanti una vita parallela tra le due difficili realtà.

Ma si può veramente essere madri e calciatrici? Quali garanzie hanno le giovani calciatrici dilettanti italiane, e non professioniste, che in Italia intendono avere un figlio? Negli Stati Uniti, avendo uno stipendio ed essendo già riconosciute giocatrici professioniste, le calciatrici madri che iniziano la gravidanza hanno tutti i diritti di maternità: stipendio garantito, asilo, ferie e congedi retribuiti fino al termine della gravidanza. In Italia, nei casi più fortunati, ma non sicuramente tutte, puoi ottenere un reintegro in squadra al termine del periodo di fermo-maternità; perché essendo dilettanti il rimanere incinta significa il “recesso del contratto”.

 Ed è soprattutto per questa penalizzazione che molte atlete devono scegliere tra la carriera e la gioia di crearsi una famiglia. La bella novella inizia sempre con molta “paura”: una settimana prima ci si trova in campo con le compagne ad allenarsi e di colpo si legge un comunicato, dove la ragazza risulta essere “infortunata”. Ma come, stava benissimo che le è successo? Solo dopo dirà, sono incinta!
Le prime settimane sono molto dure, poiché tra visite mediche e affaticamento, non si è capito da subito dello stravolgimento che stava per compiersi. L’avventura nella nuova mamma, come tutte le donne, inizia sempre tra i pianti di gioia del lieto evento e la tragedia di dover abbandonare il gruppo e le compagne amiche, per un certo periodo di tempo: forse, per sempre. E poi, la squadra che credeva nella ragazza che starà per diventare madre come prenderà la notizia, la società che sta per perdere una figura importante sul terreno di gioco come potrà rimediare alla sua assenza?
Tutte queste domande scorrono velocemente nella testa della giovane calciatrice: come se il lieto evento fosse divenuto una tragedia alla quale non era preparata senza contare le enormi difficolta che dovrà affrontare con il neo nato.
Le paure sono sempre molte, sopra tutto perché non avendo con le società veri e propri contratti di lavoro, ma scritture private che prevedono la recessione nel caso in cui l’atleta resti incinta.

Eleonora PETRALIA, centrocampista e capitano di serie A con il San Zaccaria di Ravenna, nonostante l’affetto delle sue compagne e società alla bella notizia, al termine della sua maternità dovrà trasferirsi al Castelvecchio per giocare in serie B. Questo esempio sarà una scelta di vita e certamente soggettiva, forse dettato dalla volontà della singola atleta di vivere con la propria famiglia, condividendo il calcio e lo sport come una passione e/o lavoro part time, ma è l’esempio chiave dove le ragazze hanno difronte una scelta: la carriera o la famiglia.

 Ma quali sono le risposte delle Società alla notizia che una sua atleta rimarrà bloccata dal campo? Alcune restano molto vicino alla ragazza, rimborsando tutti i costi come se stesse giocando in forma attiva con le compagne, ma non tutte le squadre possono permettersi questo gesto di umanità e civiltà. La gravidanza non deve essere una “penalità” ma un completamento dell’atleta.
Da qui l’idea di mantenere i contatti con la squadra, le compagne e atlete, è assolutamente fare gruppo e mantenendo il posto in società sia in campo che fuori è incoraggiare tutte a vivere l’evento in modo sereno e bello.
In Spagna le calciatrici hanno un salario minimo, ferie pagate, e garanzie per infortuni e maternità mentre in America vi sono asili nido gratuiti per le giovani madri che giocano a pallone. Quando in Italia si potranno avere tutte queste garanzie? La strada è ancora lunga, e non saremmo noi a prendere le scelte giuste, ma è giusto sottolineare queste difficoltà di modo che il mondo del calcio femminile possa anche da noi affermarsi in modo chiaro e concreto a livello mondiale.

Credit Photo: Pagina Instagram Alex Morgan

Paolo Comba
Paolo Comba, giornalista pubblicista iscritto all' ordine di Torino, ho conseguito il tesserino da Giornalista collaborando da prima con quotidiani on line ( settore calcistico giovanile : “11 giovani.it” e “gioca a calcio.it", in Piemonte) per entrare, successivamente, in redazione a Torino del settimanale cartaceo di “ Sprint&Sport" e Terzo Tempo (settore calcistico dilettantistico Regione e Nazionale - Professionistico – Serie D). Collaboro dal 2018 con RCS Sport per il Giro d' Italia (seguendolo in tutte le tappe) e nel Giro 103 ho collaborato come addetto stampa per quotidiani on line di ciclismo ( bikenews ). Appassionato di Sci alpino e nordico segue gare Mondiali e Coppa del Mondo dal 2000. Credo che il CALCIO FEMMINILE ITALIANO sia un movimento in grande crescita e debba avere le stessa visibilità del mondo “ maschile", pertanto, contribuisco a questo grande obbiettivo.

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