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Guglielmo Stendardo: “Occorre una rivoluzione culturale per incentivare un mondo che parte dal basso”

Guglielmo Stendardo, ex difensore di Lazio, Juve ed Atalanta, ora avvocato e professore di giurisprudenza alla LUISS, ha spiegato ai microfoni di Calcionews24 la situazione drammatica dal punto di vista economico che sta passando il movimento calcistico femminile.

Si parla molto di riforme, tutele e professionismo: tanti concetti che sembrano ancora molto astratti. Qual è il primo passo da fare?
«Il primo passo è la modifica della legge 91/81. Manca un contratto di lavoro subordinato e mancano tutte una seria di tutele per gli sport femminile. Se parliamo di calcio femminile parliamo di tutele sanitarie, previdenziali, di maternità… Una serie di tutele che sono all’interno del contratto di lavoro subordinato».

Milena Bertolini ha dichiarato: “Auspico che da questa crisi esca un calcio che dia spazio al professionismo”. Secondo lei è uno scenario possibile?
«Io mi auguro di sì. Dal punto di vista legislativo bisogna intervenire affinché ci sia un contratto di lavoro subordinato e intervenire significa modificare l’articolo 2 e l’articolo 10 della legge 91/81 e fare anche una rivoluzione culturale. Dobbiamo partire dal principio di uguaglianza della Costituzione. È assurdo che nel 2020 non ci sia nessuna donna atleta che maturi la pensione. Partiamo dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Se entriamo in ambito sportivo c’è la legge 91/81 che considera professionisti solo alcune categorie e credo che vadano modificati l’articolo 2, che non include le donne, e l’articolo 10, che presuppone che ci siano criteri oggettivi per stabilire chi diventa professionista e quali sono le qualifiche diventare professionista».

L’ingresso nel calcio femminile delle società professionistiche maschili ha aumentato la visibilità. Potrebbe aiutare anche nel passaggio al professionismo?
«Assolutamente sì. L’entrata e l’interesse di club professionistici come Juventus, Inter, Fiorentina, Roma, Lazio, ha incentivato il processo di crescita di questo movimento, però non basta. Occorrono riforme strutturali, proposte concrete e di sistema con meno politica, per salvaguardare un mondo. Bene che siano entrate società professionistiche, ma occorre una rivoluzione culturale per incentivare un mondo che parte dal basso. Occorre sapere che il calcio femminile potrebbe diventare un mondo di professioniste. Ci auguriamo che possa arrivare questa riforma».

All’inizio del suo mandato Gravina ha parlato di semiprofessionismo per il calcio femminile. Sarebbe una soluzione attuabile?
«Potrebbe esserlo fino ad un certo punto. In tema di diritti e di tutele abbiamo bisogno di un contratto di lavoro subordinato. Con la modifica della legge 91/81 andremo a garantire una tutela sanitaria, un’assicurazione contro i rischi, trattamento pensionistico, uno stipendio adeguato, perché è assurdo che non ci sia un salario minimo soprattutto per le ragazze di Serie A e Serie B. Oggi ci sono solo rimborsi spesa, ma in alcuni casi mancano anche questi. Ci sarebbe poi una tutela in caso di invalidità, l’assenza del vincolo sportivo fino al 25esimo anno di età. Poi ricordiamoci che le donne non maturano la pensione, ma anche gli operatori uomini che lavorano in questo mondo non hanno nessun tipo di tutela. Penso ad esempio agli allenatori».

Nel 2022 la finale di Champions si giocherà a Torino e le bianconere sognano di raggiungerla. Secondo lei, ottenere tutele e garanzie maggiori, potrebbe portare al raggiungimento di un simile traguardo?
«Io me lo auguro. Un motivo in più per poter raggiungere il professionismo è questo. È l’auspicio di persone di buon senso che credono nella Costituzione. È assurdo che nel 2020 le atlete in ambito sportivo, e mi riferisco a tutti gli sport, non abbiano le tutele previste dalla Costituzione. Anche la risoluzione dell’Unione Europea, del 5 giugno 2003, che prevedeva la non discriminazione è rimasta secondo me inattuata in alcuni punti, soprattutto per quanto riguarda le tutele. Il fatto di spostare l’Europeo al 2022 credo sia una scelta saggia per dare visibilità maggiore al calcio femminile, rendendola come unica competizione di quel periodo.
Questo torneo, ma anche la finale di Champions, spero possano incentivare ancor di più la classe dirigente e chi dovrebbe dare delle riforme per portare il calcio femminile verso delle riforme. Questo è un momento difficile e mi auguro che da questo periodo si possano trarre delle opportunità per riformare il mondo dello sport che ha bisogno del recupero di alcuni valori sociali, culturali, umani. Sappiamo benissimo che è anche un business, ma non dimentichiamoci che l’essenza dello sport è il coinvolgimento attivo che preveda tutele e diritti per tutti».

 

Barbara Bonansea cita Michael Jordan: “I limiti sono solo illusioni”

Barbara Bonansea attende la ripresa del campionato di Serie A femminile: attività ferme fino al 17 maggio, con gli allenamenti che potrebbero riprendere il giorno successivo. Sui suoi canali social, l’attaccante della Juventus Women intanto cita Michael Jordan e il suo celebre discorso alla cerimonia della Hall of Fame:
«Mai dire mai, perchè i limiti, come le paure, spesso sono solo delle illusioni»
.
Una frase davvero iconica per un momento molto complicato.

barbarabonansea
“Never say never, because limits, like fears,
are often just an illusion”
M.J.
#bb11 #sunisshining #nike #power #people
 
Credit Photo:Andrea Amato

Rebecca Corsi, Presidente Empoli Ladies: “Non vedevo l’ora di assumermi questa responsabilità; ho bisogno e voglia di crescere”

Voglia di crescere. Io e la squadra, insieme. Con il sogno di portare avanti ciò che ha fatto il padre Fabrizio. Rebecca Corsi, presidente dell’Empoli Ladies, ha parlato questa mattina a Tuttosport.
 
Rebecca Corsi, cosa vuol dire essere alla presidenza dell’Empoli Ladies?
«Per me è un grande orgoglio, un’opportunità importantissima. E sinceramente non vedevo l’ora di assumermi questa responsabilità. Ho bisogno e voglia di crescere. Lo faremo insieme, in parallelo, io e la squadra con enormi motivazioni».
 
Il suo è un percorso iniziato dal maschile.
«Lavoro con mio padre Fabrizio nel mondo del calcio da 7 anni e con lui ho un rapporto splendido. Ma non è mai stato semplice per me operare nell’ambiente perché un po’ sono “la figlia di” e un po’ sono una donna».
 
Ha visto pregiudizi?
«Quando ho iniziato non avevo la testa e l’esperienza di adesso quindi nei primi tempi ho fatto degli errori e ne farò ancora prima di avere una visione completa. Come tutti. A me piace fare autocritica per migliorarmi. Inizialmente è stato difficile perché non tutti sono pronti a darti una mano. Io ho avuto la fortuna di avere intorno persone che hanno creduto in me. So che sono ancora “work in progress” ma so anche che sto crescendo ogni giorno, con impegno».
 
Lei sta convincendo tutti con il suo lavoro, oltre le etichette.
«Nelle persone che ti guardano deve scattare qualcosa che ti permetta di vedere un individuo, senza differenziazione di genere. Prima di essere donne o uomini siamo persone».
 
Com’è nata l’esperienza all’Empoli Ladies?
«Circa un anno fa mi sono affacciata al femminile e da febbraio ricopro il ruolo di presidente. Visto che arrivo dal maschile, capisco che c’è da prendere spunto da questo settore a livello di struttura, ci vogliono più ruoli e più definiti. Dobbiamo mirare a quello. Adesso il femminile è 30 anni indietro rispetto al maschile».
 
Lei è nata circondata dal calcio.
«C’è da sempre. Tanto che Luciano Spalletti è il mio padrino di Battesimo. Ho sempre assaporato questo sistema, ci sono sempre stata in mezzo».
 
Cosa le ha fatto scattare la passione?
«Tutto nasce dal fatto che quando ero piccola mio padre ha acquistato l’Empoli. Durante le prime partite al Castellani mi addormentavo in collo a lui in tribuna, poi però ho smesso di dormire e il calcio è diventato un motivo per stare con lui, quindi mi sono appassionata e ora non ne posso più fare a meno».
 
Prima come tifosa, poi come dirigente.
«Nel mezzo ho dovuto dimostrare qualcosina (ride, ndr) prima di entrare nell’organigramma».
 
Quanto è soddisfatta dell’Empoli Ladies?
«Abbiamo un gruppo unito, che ha superato le aspettative dopo la promozione in serie A. Una formazione giovane, con grandi valori e capace di andare a Milano e vincere, ci sta rendendo orgogliosissimi. Quella con il Milan è stata bella, ma la partita che mi ha emozionato di più è quella in casa contro la Juventus. Abbiamo perso, ma di misura ed è stata una gara bellissima».
 
L’esempio è il club bianconero?
«Dobbiamo sempre guardare a chi è più bravo e la Juve è un esempio per il calcio a tutti i livelli ma ci sono ci altre ottime realtà».
 
Per cosa si batte?
«Per conservare la serie A in cui siamo fieri di essere arrivati, ma anche dare un’identità al campionato e a tutto il sistema».
 
La chiave è il professionismo?
«Dobbiamo dare un futuro a questo mondo. Altrimenti il rischio è che i presidenti si stufino alla lunga di mettere i soldi visto che ad oggi è solo un costo per l’azienda. Far crescere il sistema è la volontà e parlarne è già qualcosa».
 
Com’è il suo rapporto come le calciatrici?
«Tradizionalmente ad Empoli abbiamo un’impostazione familiare, ma c’è la necessità del rispetto dei ruoli. Detto questo, fra donne a volte basta un sorriso e la complicità per capirsi. Da parte mia c’è la voglia e l’impegno di non far mancare mai niente a questa squadra».
 
Aspettate la ripartenza nei due settori?
«Io sono “sconvolta” rispetto a ciò che sta accadendo oggi perché il sistema calcio e il sistema economico in generale è un disastro. Sentirsi dire dal Ministro di pensare alla stagione successiva non è la strada, come se la stagione successiva non fosse un problema. Intanto è necessario tornare ad allenarsi e lo faremo. Dobbiamo ripartire».
 
Chi l’ha aiutata di più a crescere?
«Diverse persone, comunque va bene anche pochi ma buoni. Mio padre certamente è stato fondamentale anche se a volte ci scontriamo perché lui pretende sempre un po’ di più e subito. Fa parte del rapporto padre-figli. Lo chiamo spesso e gli dico “ho bisogno di un consiglio, dammi una mano”. Voglio che prenda le decisioni con me, lo coinvolgo. Chi meglio di lui?».
 
Lei ha un un sogno?
«Sì, il sogno è quello di essere un giorno mio padre. Sogno di portare avanti questa realtà perché la sento mia, appartiene alla mia famiglia, la difenderò più che posso perché io sono nata qui e anche solo l’idea che questo club un giorno, non sia più nostro mi far star male. E quindi il mio sogno è portare avanti ciò che ha fatto mio padre. Che l’Empoli sia sempre Corsi».
 
Credit Photo: Empoli Ladies
 
 

Distanti ma… comunicanti: a casa di Stefania Zanoletti

Noi #RestiamoACasa, ma le rubriche di Hellas Verona Channel non si fermano. Perché comunicare, parlare e ascoltare, in un momento come questo dove le relazioni umane sono fisicamente ridotte al minimo, è socialmente utile.

Docente e calciatrice, Stefania Zanoletti è l’insegnante fra i difensori centrali dell’Hellas Verona, a cui è arrivata dopo una carriera che l’ha portata a vestire diverse maglie, comprese quelle prestigiose di Bardolino e Brescia. Cultrice della vita di spogliatoio, è tra i difensori più apprezzati della Serie A e importante membro della squadra gialloblù. In questo periodo, che in realtà l’ha sempre tenuta impegnata tra allenamenti e scuola online, Stefania si è raccontata ospitandoci, virtualmente, in casa Zanoletti. È lei la nuova protagonista di Distanti ma… comunicanti!

Credit Photo: Hellas Verona Women

Ernesto Pitta, Bologna: “Necessario che venga sovvenzionato il calcio femminile a partire dalle categorie minori”

Il nostro viaggio all’interno del Bologna femminile prosegue e per discutere della stagione e delle prospettive della formazione femminile rossoblù. 1000 Cuori Rossoblu ha contattato Ernesto Pitta, Dirigente Responsabile della Prima Squadra.

Pitta, in passato già tecnico presso l’Ancora, dove ha avuto tramite Pietro Bosco, attuale presidente dell’ASD Bologna 1909, il primo contatto indiretto col calcio femminile, dal 2012 ha ricoperto la posizione di preparatore dei portieri della formazione rossoblù. Dal 2013 ricopre appunto il ruolo di Dirigente Responsabile della Prima Squadra.

Buongiorno Ernesto, inevitabile per cominciare l’intervista una domanda sull’attualità. Come sta vivendo la quarantena lei da dirigente sportivo? Siete fermi ormai dal 16 febbraio.
“Sì, ormai siamo fermi dal 16 febbraio. La vivo con un senso di rassegnazione, personalmente ho la convinzione che per quest’anno è finito tutto. Se si riprenderà, riprenderanno solo attività a livello nazionale, magari la Serie A e B maschile e femminile, ma ho i miei dubbi che dalla Serie C in giù sia possibile ripartire. Per il resto sento nostalgia, nostalgia della settimana in vista della partita della domenica, queste invece sembrano quelle giornate estive dove si legge solo del calciomercato sui giornali”.

Lei è il responsabile della Prima Squadra del Bologna Femminile, può raccontare un po’ qual è il suo ruolo in seno alla società?
“Oltre ad essere dirigente della società, sono appunto il Dirigente Responsabile Accompagnatore della Prima Squadra. Durante la settimana mi occupo dei vari aspetti dell’organizzazione della partita della domenica. Se si gioca in trasferta, si prepara la trasferta. Comunque si prepara la partita col resto del gruppo dirigente, anche perché farlo da solo sarebbe impossibile! A partire dal Presidente si lavora tutti assieme e si organizzano trasferimenti, eventuali soggiorni in trasferta e poi dal sabato si prepara tutto il materiale tecnico per la partita. Insomma, si fa anche il lavoro del magazziniere. Poi la domenica c’è la partita: si accoglie la terna arbitrale, si prepara la distinta di gara, in campo aiuto l’allenatore con la segnalazione delle sostituzioni e prendo nota degli eventi della gara per tenere un archivio delle nostre partite, fornire i dati necessari all’allenatore e fornire il tabellino agli organi stampa”.

Insomma, fa anche l’Addetto Stampa?
“Sì, d’altronde non siamo una società molto grande. C’è il Presidente (Pietro Bosco, ndr), il vice Presidente Roberto Tedeschi, che è anche il responsabile dell’area informatica della società, poi ci sono io e altre due persone, due signore, che lavorano a stretto contatto col gruppo-squadra. Il loro è ruolo più importante perché ci aiutano nella comunicazione con le ragazze, hanno il “termometro” dell’umore delle ragazze e le accudiscono come delle figlie o delle nipoti. Il loro è sicuramente il lavoro più importante”.

Come ha cominciato a fare questa attività da dirigente all’interno del Bologna femminile?
“Ho fatto come tanti la solita trafila delle serie minori. Ho giocato a calcio come portiere, poi sono passato alla panchina. Ho allenato per tanti anni in società di calcio maschile sia a livello di settore giovanile, che di prima squadra. Tra queste ho allenato l’Ancora, una società di Bologna che ora non esiste più, con cui ho vinto anche un campionato provinciale. Lì, tramite il nostro attuale Presidente, avevo già avuto un contatto col calcio femminile, che si occupava del femminile all’Ancora. Dopo aver lasciato l’attività in panchina, sono stato fermo oltre un anno, poi una mattina ho incontrato il Presidente e lui mi ha coinvolto nel Bologna femminile, prima come preparatore dei portieri per uno o due anni e poi dietro la scrivania, un ruolo più comodo, fisicamente meno impegnativo ma certo mi tiene occupato in altro modo!”

Venendo alla squadra e guardando alla stagione disputata fino allo stop. Avete cominciato male il campionato con una serie di sconfitte e poi vi siete ripresi fino a fare 11 punti in 10 partite.
“All’inizio del campionato io non avevo messo in conto di fare questi 11 punti! Avevo preventivato molti meno punti, perché noi siamo sostanzialmente una squadra giovanissima, la squadra più giovane di tutti i campionati. Sei o sette undicesimi della squadra provengono dalla formazione primavera. Abbiamo puntato su ragazze giovani, senza nessuna esperienza nella Serie C, per fare il grande salto tra uno o due anni.
La decisione è stata frutto di un discorso fatto con l’AD del Bologna, Claudio Fenucci. Abbiamo pensato di non fare ciò che hanno fatto alcune grandi squadre come Juventus, Milan, Fiorentina, Roma che hanno acquisito il titolo sportivo di altre società e si sono trovate direttamente in Serie A. Avremmo potuto fare la stessa cosa, ma abbiamo preferito percorrere questa strada, facendo l’investimento sulle nostre atlete più giovani, e a loro abbiamo affiancato le ragazze più anziane, che poi anziane non sono perché hanno 23, 24, 25 anni! Sono comunque le ragazze che stanno aiutando le più giovani a crescere.
Io pensavo, a torto, che l’impatto con la Serie C sarebbe stato durissimo soprattutto anche visti i risultati delle prime partite. Tuttavia, vedevo che le ragazze, anche all’interno delle sconfitte iniziali, giocavano e lo facevano con grinta e determinazione, quindi quelle sconfitte erano perlopiù determinate da episodi, solo una o due sono state sconfitte meritate.
In questo c’è stato il grande lavoro dell’allenatore, che ha creduto e lavorato tanto su queste ragazze. A lui e alle ragazze possiamo solo dire grazie perché stanno facendo qualcosa di importante. Ragazze di 16, 17, 18 anni si sono trovate squadre che avevano anche calciatrici che hanno giocato in Serie A, hanno lottato, hanno resistito, poi magari alla fine perdi per mancanza di esperienza, di cattiveria sportive, ma bene o male stiamo costruendo qualcosa di importante. Tutto questo al netto delle sfortune, come l’infortunio della Mastrovincenzo, una delle chiocce del gruppo che si è infortunata subito ad inizio campionato, e Martina Marcanti che è appena rientrata dopo oltre un anno di stop”.

Rispetto all’anno scorso dunque c’è stato un cambiamento di progetto. L’anno scorso puntavate ad obiettivi più importanti rispetto a questa stagione.
“Sì, l’anno scorso puntavamo a qualcosa di più importante e c’è stata un po’ di delusione perché le cose non sono andate come desideravamo. Quest’anno è stato deciso di fare questo progetto, anche su input del Bologna. Abbiamo parlato con Fenucci, ci siamo trovati d’accordo su questo tipo di lavoro. Il bilancio, a prescindere dalla conclusione o meno della stagione, è comunque positivo e l’anno prossimo cercheremo di fare un passo avanti. Il sogno è quello di arrivare in Serie A con le nostre forze. Se poi le situazioni e le condizioni del calcio femminile in Italia ci obbligheranno in qualche maniera o metteranno nella posizione di arrivare in Serie A in un’altra maniera, ci adegueremo. Per il momento stiamo facendo più di quello che avevamo preventivato”.

In parte ha già risposto alla mia successiva domanda, sulle prospettive future del Bologna femminile e il sogno che custodite nel cassetto, ma voi ora vi trovate in Serie C per una vicenda particolare.
“Certo, il sogno è quello di arrivare in Serie A e noi ora ci troviamo in Serie C per colpa della riforma del campionato, perché effettivamente noi non siamo mai retrocessi dalla Serie B. Nella stagione 2017/18, le prime dei gironi della Serie B sono state promosse in Serie A, la seconda e la terza sarebbero rimaste in B, tutte le altre avrebbero poi partecipato al campionato di Serie C. Ci siamo trovati in questa situazione e abbiamo puntato su queste ragazze giovani che in prospettiva sono fortissime”.

Che cosa vede lei all’orizzonte per il futuro del calcio femminile in Italia?
“La riforma dei campionati che è stata fatta non ha accontentato molte società, qualcuna è anche scomparsa. Si dovrebbe avere un occhio di riguardo per le categorie inferiori che sono il serbatoio del movimento, bisogna curare i vivai e per farlo ci vogliono degli investimenti. Sarebbe necessario che venisse sovvenzionato il calcio femminile a partire dalle categorie minori, perché per arrivare in alto bisogna partire dal basso. Ogni casa ha bisogno di fondamenta forti.
Ricordo lo scorso anno l’entusiasmo e l’attenzione per i Mondiali, ogni giorno se ne parlava sui giornali e le televisioni, ma è finita lì. Bisogna sensibilizzare ad investire sul calcio femminile per attirare degli sponsor che possano dare la spinta a tutto il movimento”.

Megan Rapinoe come vice Presidente degli Stati Uniti?

La calciatrice americana Megan Rapinoe ha recentemente dichiarato durante un live Instagram la sua volontà di diventare vice Presidente degli Stati Uniti, a fianco del politico democratico Joe Biden.

“Non vorrei metterti in difficoltà, ma penso che posso giocare ancora a calcio e fare questo” ha affermato Rapinoe nella live con Joe Biden “Ma se avessi bisogno di un vice presidente, ti sto dicendo che sono disponibile per un colloquio. Possiamo parlare della logistica del tutto e dettagli. Mettilo nella lista”. Infine la calciatrice ha aggiunto: “Nessun fretta”.

Il tutto ovviamente avvenuto in maniera simpatica ed ironica.
Ma nella conversazione è intervenuta anche la moglie di Joe, Jill Biden che ha aggiunto che le piacerebbe vedere Rapinoe ricoprire quella carica!

Il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha constatato che il ruolo di vice presuppone un taglio dello stipendio.
Ovvio riferimento a tutto quello che sta succedendo nel calcio femminile USA a causa delle differenze di stipendi tra uomini e donne. A riguardo il processo sull’Equal Pay avrebbe dovuto tenersi maggio, ma a causa del COVID-19 è stato posticipato al 16 giugno.

Credit Photo: Pagina Facebook di Megan Rapinoe

Elisa Bartoli, Roma: “Mi manca il giocare, questi colori, indossare la maglia, le mie compagne, entrare al Tre Fontane…”

Elisa Bartoli, difensore della AS Roma e della Nazionale Italiana Femminile, ha parlato su Sky Sport della sua quotidianità in questo periodo in attesa delle riapertura del campionato femminile:

Per te vedere le partite della Roma è sempre stato un momento particolare, quanto ti manca?
“Guardare la Roma mi manca, ma soprattutto quello che creano questi eventi, l’unione che si crea nelle persone, l’entusiasmo e la voglia di tifare tutti insieme. Soprattutto mi manca il giocare, questi colori, mi manca indossare la maglia, le mie compagne, entrare al Tre Fontane (stadio di casa ndr) con l’inno che ogni volta lo canto ed è una sensazione stupenda”. 

Hai mai pensato che non si possa finire il campionato? 
“Sì, in questi giorni ho pensato all’eventualità che non si riprenda il campionato, stiamo lottando una battaglia più grande e siamo uniti in questa emergenza. Mi manca tutto, l’adrenalina, mi manca il calore dei tifosi, delle compagne, dello staff, mi mancano gli abbracci, i sorrisi, le arrabbiature, mi manca tutto. La mia famiglia mi chiama ogni giorno chiedendomi se ci sono novità di rivederci in campo, perché li rendiamo proprio felici”. 

Credit Photo: Giancarlo Dalla Riva

Il Levante: orgoglio del calcio femminile valenciano

Il Levante Unión Deportiva è un club storico del calcio femminile spagnolo. Fondato nel 1998, ha preso le orme dal Sant Vicent València Club de Futbol fondato cinque anni prima.
Il Levante, nella sua storia sportiva, ha vinto quattro volte il titolo di Campione di Spagna, sei Coppe della Regina e due Supercoppe di Spagna, partecipando a diverse edizioni della Women’s Champions League.
Anche quest’anno il Levante è terzo in classifica con 45 punti dietro a Barcellona (59 punti) e Atletico Madrid (50 punti).  Abbiamo chiesto a Leticia Colomer, Responsabile del Turismo Valencia in Francia e Italia un giudizio sulla crescita del calcio femminile a Valencia e in Spagna.

Leticia, prevedi un’ulteriore crescita?
Il calcio femminile in Spagna è in continua crescita. A seguito dell’aumento dell’interesse, cresce anche il pubblico e le TV trasmettono sempre più partite di calcio femminile (Gol, Teledeporte, TV private). Perciò i brand Investono sempre più nel calcio femminile per l’aumento della visibilità. Infatti una delle squadre più importanti e più antiche in Spagna è il Levante UD femenino. Nacque assieme al VCF femenino nel 1998 ma il Levante ha sempre scommesso su questa squadra con grandi risultati: campionesse della Liga, della Coppa della Regina ecc.

Anche quest’anno le granotas stanno giocando un gran calcio allenate da Andrés Tudela con una difesa molto importante per la Nazionale Spagnola. Ivana Andrés, Ona Battle e Marta Corredera hanno partecipato alla She Believes Cup in cui la Roja è arrivata seconda dietro gli Stati Uniti battendo Nazionali molto importanti come Giappone (3-1) e Inghilterra (1-0).

Il futuro del calcio spagnolo passa sicuramente dal Levante, ringraziamo Leticia e consigliamo a tutti i nostri lettori e alle nostre lettrici un soggiorno a Valencia al caldo nelle grandi ed ospitali spiagge cittadine, mangiando un’ottima paella e sorseggiando la bevanda tipica, l’horchata, molto salutare e proteica per le sportive.
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Laura Fusetti, Milan: “Spero di restare al Milan a lungo”

Laura, esprima un altro desiderio.

«Tornare in campo. Tutti non vediamo l’ora di giocare, ovvio nel rispetto delle regole di sicurezza. Il momento è difficile, però c’è bisogno anche di riprendere a emozionarsi. Certo la salute è la priorità, convivere con il virus sarà complicato, ma così come si va a fare la spesa si deve fare anche altro. Dopo due mesi io il rischio me lo prendo. Non ci si può fermare davanti alle paure».

Di calcio femminile non si parla…
«Ora conta la ripresa della serie A maschile, giustamente, sono loro che portano i soldi allo Stato, e tanti… Noi però siamo pronte, appena ci dicono partite, partiamo».

Il Milan paga i contributi, Gazidis vi manda messaggi per mostrarvi che la società è vicina, un’isola felice in un momento così.
«Dal punto di vista economico siamo state fortunate, la società non ha toccato i nostri stipendi. Maldini, Gazidis sono sempre disponibili, tengono a noi come a tutte le categorie dei maschi. Spero di restare al Milan a lungo. Non amo cambiare perché la squadra per me diventa una seconda casa».

Lei, il virus e la quarantena.
«All’inizio capivo che era grave ma non che fosse così di massa. C’era il timore di contagiare ed essere contagiati. Mi lavavo mille volte le mani. Sono rimasta a Milano con sette compagne italiane e le straniere. Ci è andata bene, abbiamo un giardino dove correre e fare esercizi. A un chilometro vive mio fratello, ma non l’ho mai incontrato in questi mesi».

Cosa le manca di più?
«Le partite, che sono il momento di puro divertimento. E poi il ritiro pregara con la squadra».

La sua storia calcistica comincia banalmente dal fratello maggiore?
«No, Davide non poteva giocare da piccolo per via di un intervento a un piede. La “colpa” semmai è di mio padre, Patrizio, era un calciatore dilettante e la domenica andavo a vederlo giocare. Mentre faceva la doccia lo aspettavo in campo col pallone, e qualche suo compagno giocava con me. Così è iniziato».

Sua madre Gianpiera contenta?
«Non si è mai opposta. Era solo avvilita per tutte le lavatrici che doveva fare e per i calzettoni bucati da cucire. Certo avrebbe preferito che facessi pallavolo come lei».

E’ partita dall’oratorio, dai campi di terra e coi maschi, ha fatto la differenza nella sua crescita?
«Ho chiesto una squadra e c’era solo l’oratorio vicino a casa. Ora è più facile per una bambina fare questo sport, ci sono le scuole calcio e i genitori hanno la mente più aperta, sono stati abbattuti tanti tabù. Aver giocato coi maschi credo che abbia formato i piccoli pezzi del mio carattere: dovevo far capire che non mi potevano prendere in giro e soprattutto che avevano bisogno anche di me. Insomma, ti fai le ossa».

La sua famiglia la segue?
«Sempre. Papà è il mio primo tifoso. Da piccola sai le sgridate dopo le partite! E’ felice per me perché sono riuscita a fare del calcio un lavoro. Con Davide siamo molto legati, ha tre anni di più e stravede per me anche se non lo dice. Se ho bisogno c’è. E’ protettivo a volte anche troppo».

Il suo tempo libero nella normalità e nella clausura com’è?
«Di tempo libero ora ne ho troppo sinceramente e quindi, oltre alla lettura e in mancanza degli amici, mi sono messa in cucina. Le serie tv le ho finite tutte, ma ho rivisto Harry Potter e amo qualsiasi cosa della Disney. Le letture preferite sono di fantascienza, mi liberano dai pensieri. “I pilastri della terra” è il mio libro favorito. Potenzialmente sono una pantafolaia. Non sono da discoteca, ma da uscite tranquille, amo chiacchierare con gli amici e le passeggiate in montagna».

Nata centrocampista, finita difensore, quando ha capito che il calcio poteva essere un lavoro?
«In difesa, come mio padre, ci sono finita da qualche anno, anche per l’avanzare dell’età, sono vecchia! Il centrale è uno che deve farsi rispettare. Cattiva io? No, direi grintosa, determinata. Che i difensori menino è una favola, gli attaccanti sono peggio. Quando da Como sono passata al Brescia ho dovuto scegliere se fare calcio o lavorare. Mi ero laureata in Scienza e tecnologia della ristorazione e avevo già lavorato nel campo. Giocare nel Brescia però non era compatibile con una occupazione, ma era anche la mia occasione, quindi ho detto “provo”. I miei genitori mi hanno supportato in questa scelta. Il calcio è vita per una donna, non certo soldi».

Per quale squadra tifa?
«Da piccola per la Juve, nonostante mio padre sia interista. Ma ne ho fin sopra i capelli, vedo tutte le partite, per prendere spunto dagli uomini, gioco, di tifare non ho voglia. E’ chiaro che simpatizzo per il Milan. Il mio idolo è Puyol, uno che non mollava un colpo, ma tranquillo e diplomatico, il prototipo del difensore ideale. Tra le donne invece quando ero piccola mi impressionava D’Adda (difensore dell’Inter, Roberta, 38 anni, 4 tricolori, diversi titoli e 90 presenze in Nazionale, ndr). Ecco, se avessi dovuto scegliere chi voler essere avrei detto D’Adda».

Cosa è cambiato per voi calciatrici dopo i Mondiali dell’anno scorso?
«Tante persone si sono avvicinate al calcio femminile. Ci scrivono, ci fermano e chiedono autografi. Prima si giocava davanti ai genitori, ora abbiamo gli spalti pieni e i tifosi che alla fine della partita vogliono salutarti. Tutto questo però va coltivato, ci vuole tempo perché si radichi. Piano piano cerchiamo di fare innamorare sempre più gente».

In due stagioni di Milan dalla Morace a Ganz, meglio un uomo o una donna?
«Per me è indifferente: se uno è bravo e determinato insegna allo stesso modo, ogni tecnico dà qualcosa di sé. Ci ha dato tanto la Morace; e ci sta dando tanto Ganz a livello emotivo, è coinvolgente, si vede che gli piace allenarci. In questo periodo ci scrive, ci videochiama, ci manda sfide di palleggi. Una volta a settimana facciamo un meeting tutti assieme».

Ha compagne preferite?
«Vado d’accordo con tutte. Ma sono molto legata a Francesca Vitale, anche perché condividiamo la stanza in ritiro. In Nazionale stimo molto Valentina Cernoia, per me è un esempio da seguire. Mi manca Camelia Ceasar, abbiamo vissuto assieme a Brescia e a Milano, ora gioca nella Roma. Il calcio ti dà amicizie e rapporti che non finiscono: giocare contro le amiche è ancora più bello».

Ha un sogno piccolo? Uno che si può realizzare subito?
«Giocare in Champions: ci sono arrivata col Brescia e voglio tornarci col Milan».

A trent’anni si fa i conti col desiderio di famiglia?
«Con la vita che facciamo è difficile costruire legami duraturi. Ora sono single. Però alla famiglia penso. Mi piacerebbe dare quello che ho ricevuto come figlia dai miei genitori. La famiglia è condivisione».

Niente tatuaggi e niente tacchi?
«Ai tatuaggi sto resistendo. Uno però mi piacerebbe farlo, ma visto che è per sempre ci devo riflettere molto, deve essere una cosa importante. In gonna e tacchi solo nelle grandi occasioni, altrimenti pantaloni e scarpe da ginnastica. Da piccola i tacchi li provavo davanti allo specchio».

Certo non esiste “l’Ufficio numeri” al Milan, abbiamo un po’ romanzato, però non è andata molto diversamente, vero?
«Ho sempre avuto il numero 6. Ci tenevo a mantenerlo. Due anni fa quando sono arrivata al Milan l’ho chiesto. Ma il sei era stato ritirato con il ritiro di Franco Baresi. Erano perplessi, ma invece di un no definitivo, hanno pensato di domandare il permesso direttamente al capitano. Permesso accordato e un onore per me, difensore come lui con la sua maglia. Una volta è venuto a vedere una partita, gli ho potuto dire “grazie”, solo questo, incapace di pronunciare altro per quanto sono timida e parlo poco. Lui pure, peggio di me… figuratevi il silenzio». Grazie, prego, fine.

Il Premier Conte: “ci confronteremo con tutti gli stakeholders del calcio. La ripresa è possibile”

Interviene il Premier Giuseppe Conte per gettare un po’ di acqua su un fuoco piuttosto divampato. Negli ultimi giorni il mondo del calcio e il Governo sono entrati in un conflitto piuttosto evidente. Con l’ingresso del Paese nella Fase 2, molti club hanno riaperto i centro sportivi per consentire agli atleti un ripresa degli allenamenti. Questo nonostante le evidenti proteste del Ministro Vincenzo Spadafora che ha chiesto di approvare prima un piano sicurezza. Tale protocollo, al momento, è in fase di stesura dal comitato tecnico-scientifico, ma intanto il mondo del calcio si sta portando avanti.

Data la situazione, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha deciso di affrontare l’argomento nel corso di un’intervista a “Il Fatto Quotidiano”. “Non ho ancora visionato il dossier, ma lo farò presto” ha asserito il Premier. In seguito Conte ha difeso l’operato del suo ministro finito nell’occhio del ciclone per via delle sue ultime discutibili dichiarazioni. Spadafora sta facendo un ottimo lavoro. Vedremo presto tutte le componenti del mondo calcistico assieme al comitato tecnico scientifico. Raccoglieremo le istanze della Federcalcio e delle altre federazioni per avere un quadro condiviso della ripresa delle attività sportive” ha concluso il Primo Ministro.

Le parole di Giuseppe Conte sono indirizzate verso un dialogo più fitto per garantire una ripresa dei campionati quanto prima. Nel frattempo però tutte le partite sono rinviate a data da destinarsi. La FIGC Femminile ha deciso di protrarre le misure del DPCM firmato dal Premier il 26 aprile nonostante il 4 maggio sia possibile effettuare attività all’aperto. Attualmente quindi la situazione del campionato femminile è in stand by. L’unica cosa da fare è continuare a seguire l’andamento della diatriba politica e sperare che sia riapra la possibilità del rientro in campo anche per le donne.

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