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Lena Oberdorf nominata miglior giovane Under 19 da Goal

Dare spazio ai giovani negli sport è sempre fondamentale affinché il ricambio generazionale avvenga nel migliore dei modi mettendo a disposizione del mondo dello sport nuove leve pronte al grande salto, e i vari premi e le varie manifestazioni aiutano tutto questo processo dando ai ragazzi la possibilità di farsi vedere e di autoconsapevolizzarsi dei propri mezzi. I giornalisti delle varie redazioni di “Goal” sparse in tutto il mondo (43 edizioni) ogni anno stilano attraverso delle votazioni la lista finale dei 50 migliori Under 19 al mondo basandosi su vari criteri e sul gusto personale del giornalista: il NxNg, uno dei premi più ambiti per quanto riguarda il mondo delle giovanili.

Se per il maschile è stato eletto Rodrygo, per la femminile il premio va alla classe 2001 Lena Oberdorf, centrocampista del SGS Essen e beniamina tedesca della nuova leva tedesca. La centrocampista ha dovuto conquistarsi il trofeo a discapito delle varie Jordyn Huitema, Claudia Pina, Lauren James, Melchie Dumornay. In patria la tedesca è considerata il nuovo crack del calcio femminile mondiale e sarà destinata ad allungare la già lunga lista delle giovani ragazze tedesche pronte a dar spettacolo in giro per il mondo. Lena, nonostante la giovane età, è già diventata il punto cardine del SGS Essen, fulcro del gioco delle nazionali giovanili tedesche ed ora si sta affacciando al grande palcoscenico della nazionale maggiore. Nel suo palmarès vanta l’Europeo vinto con la Germania nel 2017, stesso torneo in cui è stata nominata miglior giocatrice vincendo il “Golden Player”. La centrocampista tedesca, tra il suo ampio repertorio di doti tecniche tattiche, può far affidamento sulla sua facilità di trovare gli spazi per gli inserimenti giusti (doti offensive confermate anche dai dati; 9 gol in 16 partite) e sulla sua visione di gioco “alla Carli Lloyd”; paragone importante ma efficace per far capire la  caratura della giocatrice.

La giocatrice in un’intervista rilasciata proprio per “Goal” e disponibile su DAZN ha detto: “Mi sento molto orgogliosa ed è per me una grande motivazione per continuare”. La certezza è che ne sentiremo sicuramente parlare un gran bene di questa ragazza.

Credit Photo: Pagina Instagram Lena Oberdorf

Joe Barone vorrebbe una Fiorentina più americanizzata

La mancanza del calcio giocato si fa sentire. In questo periodo difficile a fare più eco sono le parole dei dirigenti delle squadre e delle calciatrici stesse. L’ultimo a esprimersi è stato l’amministratore generale della Fiorentina. Il dirigente statunitense ha voluto parlare anche della selezione femminile per la quale lui e Commisso nutrono grande importanza.

Dopo aver parlato della squadra maschile, il numero due di viale Manfredo Fanti ha rilasciato anche qualche battuta sulle donne. “Vorrei vedere qualche altra calciatrice statunitense qui da noi e vogliamo portare cultura e metodi dagli USA che potranno far crescere ancora questa bella realtà”, ha dichiarato il dirigente viola. La volontà del braccio destro del presidente sarebbe quella di rafforzare la squadra in futuro inserendo atlete provenienti dalla federazione americana che, ricordiamo, in termini di calcio femminile è la numero uno al mondo.

Un messaggio lanciato verso la tifoseria e non soltanto. La proprietà americana punta forte sul calcio femminile e sulla crescita dello stesso movimento. Una sfida che non preoccuperebbe neanche il tecnico Cincotta abituato a sostenere allenamenti in lingua inglese in virtù dell’esperienza maturata negli states.

Giulia Redolfi, Riozzese: “Speriamo che questo incubo finisca presto”

Giulia Redolfi, classe 1997, indiscussa protagonista in positivo della stagione in maglia rosanero, è stata intervistata da “Il Cittadino”, quotidiano di Lodi, e ha parlato della situazione che la sua città, Bergamo, dove sta vivendo in questi giorni.

“La situazione è davvero tragica e da ormai diversi giorni si sentono solo le sirene delle ambulanze. Il corteo dei camion militari con le bare è qualcosa che nessuno qui potrà mai dimenticare, non ci sono davvero più posti. Speriamo che questo incubo finisca presto. C’è un silenzio assordante, la città è deserta come mai successo in passato. Io al mattino vado a lavoro, con tutti i dispositivi di sicurezza del caso, e nel pomeriggio mi alleno seguendo il programma che ci ha dato il preparatore. Tornare in campo sarebbe veramente la fine dell’incubo, anche se per quest’anno la vedo dura”.

Credit Photo: Facebook ASD Riozzese

Stefania Tarenzi, Inter TV: “Quando credi fortemente in qualcosa, poi riesci a raggiungere l’obiettivo”

Stefania Tarenzi, attaccante dell’Inter e della nazionale italiana, ha parlato ad Inter TV, della su quotidianità, della nazionale e del suo rapporto con l’Inter:

“Sto bene, vivo da sola e quindi è davvero dura per me. Cerco sempre di fare più cose possibili per non pensare a tutto quello che sta accadendo fuori anche se è difficile. Però teniamo duro. In questo periodo guardo serie su Netflix. Canto, mi piace ascoltare la musica. Scrivo qualche pensiero sul diario, sto riscoprendo qualcosa di nuovo. Questo tempo ti fa accorgere di tante cose e ti fa riflettere. C’è sempre qualcosa di positivo”.

“Stiamo facendo il possibile per allenarci, seguendo il programma che ci è stato dato. Manca tantissimo il campo però cerchiamo di divertici e di allenarci nel migliore dei modi. Ho tantissima nostalgia del rettangolo verde, mi manca la sensazione di entrare in campo, dare tutto ed uscire stravolta. Mi mancano ovviamente anche lo spogliatoio e le mie compagne”.

“La Nazionale? Quando credi fortemente in qualcosa, poi riesci a raggiungere l’obiettivo. Sono felice del percorso che ho fatto e spero che possa migliorare sempre più. Stavo per abbandonare il calcio. Ci furono problemi con il mio cartellino, mi hanno fatta stare ferma per 2 anni. I miei cugini correvano in bici, ho fatto qualche gara ma sentivo che non era il mio sport. In una gara mi sono addirittura persa. Dopo fortunatamente hanno risolto il problema del mio cartellino e sono tornata sui campi di calcio”.

“L’arrivo all’Inter? Mi sono trovata benissimo subito dal ritiro, mi hanno coinvolto subito. E anche nella società ho trovato un ambiente sereno. Sono sempre stata bene da subito e quando c’è quest’atmosfera è sempre bello lavorare. Sono felice di essere qui e di far parte di questa società e di questo gruppo”.

Credit Photo: Matteo Papini, FotoItaliaSport

Abbi Grant: “Lasciando casa sono riuscita realizzare il sogno della WSL”

Il rischio di Abbi Grant è stato premiato quando il suo sogno di giocare nella Super League Femminile della Barclays FA è diventato realtà. Ogni calciatrice sogna un giorno di poter giocare in questo campionato, ma quanti sarebbero disposti lasciare tutto e trasferirsi in un paese diverso per mettersi alla prova?

Abbi Grant, attaccante del Birmingham City, ha fatto proprio questo quando si è trasferita ad Anderlecht lo scorso anno per mettersi alla prova dopo aver giocato nella Premier League Scozzese per oltre cinque anni, essendo cresciuta nella piccola città di Montrose ad Angus.

Tuttavia, nonostante abbia solo 24 anni, il viaggio di Grant verso l’alto è stato un lungo viaggio, battute d’arresto e duro lavoro.

“Ho vissuto in una parte della Scozia che era piuttosto a nord, quindi non c’era molto calcio lì” ha spiegato Grant “Non c’erano molte squadre di calcio in giro, erano tutte a due ore e mezza da Rangers e Celtic. Ho giocato per una squadra femminile locale e ho dovuto farmi un nome così. Poi sono finita a giocare con i Rangers per un po’, e questo mi ha resa più nota, ma è iniziato tutto quando mio padre mi ha portato in una squadra di ragazzi quando avevo circa sette o otto anni. Non c’erano squadre femminili e ho giocato con loro fino a quando avevo circa 12 anni”.

Dopo tre anni a Glasgow City in due tra il 2014-2019, Grant ha deciso di trasferirsi in Belgio: “È stata una grande opportunità per me andare in un altro paese e mettermi alla prova in un’altra lega e fare bene con la speranza di poter passare alla Barclays WSL in estate”.

Grant fa sembrare la transizione senza interruzioni, ma ha detto che vivere in un paese straniero per sei mesi senza capire la lingua è stata una grande sfida, ma che l’ha resa una calciatrice migliore sia dentro che fuori dal campo.

“A volte ho avuto difficoltà con la lingua perché si parlano inglese, ma principalmente parlano olandese e francese ed è stato abbastanza difficile per me avere conversazioni normali in ogni momento. Quindi è stata una situazione difficile ma tutto il resto è stato grandioso. Il Belgio è adorabile”.

“Mi ha aiutata fisicamente giocare in campo e mi ha fatto capire di essere pronta a venire a giocare a calcio in Inghilterra. L’esperienza mi ha preparata per essere qui oggi”.

Dopo aver vinto numerosi titoli di campionato con Glasgow City e la Super League belga con l’Anderlecht la scorsa stagione, Grant si ritrova ora all’altro capo del tavolo con Birmingham City: “Devi lottare per fare le cose che vuoi nel calcio, sia che si tratti di vincere la lega o di lottare per rimanerci”.

Photo Credit: Women’s Super League

Maurizio Ganz, Milan: “Mi manca il campo, lo spogliatoio, le giocatrici”

Maurizio Ganz, tecnico del Milan, ha parlato in diretta sul canale YouTube del Milan insieme ai colleghi della prima squadra maschile e della Primavera del Milan maschile.

Sull’attualità:
“Mi manca il campo, lo spogliatoio, le giocatrici, i collaboratori. Mi manca tutto, ma è il momento di stare a casa, fortunatamente ho la possibilità di sentire le giocatrici tutti i giorni. Ci teniamo in contatto, abbiamo il preparatore atletico che manda gli allenamenti personalizzati a casa delle ragazze. Abbiamo fatto una conference call di 45 minuti con allenamenti. Cerchiamo di risolvere questa cosa poi tornerà tutto, traendo beneficio da questa tragedia e non dimenticando”.

Su Pioli e il Modena:
“Da Modena ho fatto altri due anni dove poi ho smesso. E’ stata un’esperienza importante per me, Stefano era più vecchio di me di due anni, eravamo due giocatori ancora. E’ stato un anno importante, siamo arrivati settimi, sono salite Empoli e Torino ed è retrocesso il Genoa. Era una Serie B importante. Stefano ha fatto una grandissima carriera, ho avuto la fortuna di giocare per lui”.

Su Giunti:
“Con Federico abbiamo vinto il campionato 98/99 e ci ritroviamo ad allenare al Milan, è una cosa bella e piacevole”.

Sullo scudetto del 98/99 e i gol:
“Mi ricordo la prima di campionato a Piacenza, perdevamo 1-0, entrai l’ultimo quarto d’ora, sbagliai un gol a porta vuota, poi su calcio di punizione millimetrico di Costacurta su una sponda di Guly, feci gol di interno sinistro e in porta c’era Fiori. Quel gol lì me lo ricordo ancora di più di quelli contro Parma, Samp, Venezia e Bari. Presi il rigore anche nel derby contro l’Inter poi segnato da Albertini, un rigore che alla fine non c’era. Spinsi Colonnese, mi prese per la maglia, inciampai sul mio tallone ma ero convintissimo fosse rigore. La partita finì 1-1. Il derby lo soffro molto, si è visto anche quest’anno, fortunatamente ne abbiamo vinti 3 su 3”.

Su Weah:
“E’ stato un giocatore straordinario, portava a spasso da solo 3/4 giocatori avversari. Un punto di riferimento, grande forza, grande tecnica, ma anche grande forza mentale, anche nei momenti difficili riusciva a farti capire che nulla è impossibile. E’ uno dei giocatori con cui ho grandissimi ricordi, quando riesci a giocare anche con un Pallone d’Oro puoi essere orgoglioso della tua carriera”.

Credit Photo: Giancarlo Dalla Riva

Cecilia Salvai in campo contro il Coronavirus: “Tutto il ricavato sarà donato per combattere questa terribile pandemia!”.

Attraverso il suo profilo Instagram, Cecilia Salvai ha annunciato di aver messo all’asta per Sportabilia una sua maglietta della Nazionale Italiana. Il ricavato sarà devoluto alla raccolta fondi della Juventus per combattere l’emergenza Coronavirus:

ceciliasalvai“Voglio dare anche io un piccolo contributo alla causa portata avanti contro il #CoronaVirus.
Ho deciso di mettere all’asta per @sports.memorabilia.auctions una maglia della Nazionale 🇮🇹, utilizzata durante la #CyprusCup2019.
Tutto il ricavato sarà donato alla raccolta fondi creata dalla #Juventus per combattere questa terribile pandemia!”.
Link della causa in BIO 👆
#DistantiMaUniti #IoRestoACasa
Credit Photo:Pagina Instagram Cecilia Salvai

FIFA Women’s World Rankign: nella CONMEBOL comanda il Brasile

In Sud America soltanto tre squadre hanno avuto la fortuna di poter partecipare al Mondiale francese. Le Nazionali in questione sono il Cile, il Brasile e l’Argentina. La compagine verde oro è l’unica riuscita a superare la fase a gironi. Argentina e Cile hanno infatti abbandonato la rassegna dopo sole tre partite a testa. Non è stata lunga però l’avventura delle brasiliane, eliminate dalle padrone di casa della Francia agli ottavi di finale.

Nonostante la non brillante performance disputata dalle selezioni sopracitate, nella classifica del Ranking FIFA legata alla CONMEBOL dominano loro. Il Brasile è in testa seguito da Colombia e, per l’appunto, da Cile e Argentina. La restante classifica cita nel testuale ordine: Paraguay, Venezuela, Perù, Uruguay e Bolivia.

I dati riportati sono sempre in base all’ultimo calcolo datato dicembre 2019. A parte la Colombia, tutte le formazioni sud americane sono riuscite ad implementare il loro punteggio mantenendo un evidente status quo. Le cafeteros devono però guardarsi dall’assalto delle argentine pronte a sottrarre loro la seconda posizione.

Settore Giovanile: Conosciamo Falvella Costanza

“Un errore che facciamo è essere convinte di avere un Ruolo che non cambierà mai, ma credo che gli stessi allenamenti servano a cambiare e maturare.
L’importante è essere sempre aperti e pronti a un cambiamento, senza pregiudizi.
Io giocavo esterno alto, poi in un Torneo il Mister mi dice: Oggi giochi difensore Centrale! Ero abbastanza scettica e non del tutto convinta, poi quest’anno, fatalità, mi trovo a ricoprire quel ruolo.

Per far coincidere gli allenamenti con la scuola e gli altri impegni per me è importante soprattutto rimanere concentrata solo su ciò che sto facendo mentre lo faccio. Poi personalmente più tempo ho e più ne perdo, quindi in realtà il fatto di non averne mi aiuta e mi porta inevitabilmente a organizzarlo meglio. Per quanto riguarda lo studio il mio consiglio è di fare il più possibile a scuola e stare attenti alle spiegazioni, in modo da non trovarsi troppi compiti a casa.”

Credit Photo: Roma Calcio Femminile

“Ed ero anche molto arrabbiata con il calcio” di Carolina Cosi

Sono 17 anni che gioco a calcio.
Sono 17 anni che trascorro tutte le mie domeniche lottando su quel campo verde.
Sono 17 anni che, con il borsone sulle spalle, corro agli allenamenti quasi ogni giorno, posticipando tutti gli altri impegni.
Sono Carolina e sono 17 anni che dedico la mia vita a questa grande passione, a questo gioco bellissimo, proprio come tante altre ragazze. Proprio come i nostri colleghi uomini.
A dire la verità è proprio con loro che ho iniziato a giocare a pallone, nelle piazze e nei parchi del mio paese. Correvo, sudavo, gioivo della stessa felicità di cui godevano loro.
Ma io ero una bambina e quando gli adulti mi vedevano giocare a calcio insieme ai bambini si realizzava nei loro occhi, ed immediatamente nelle loro parole, il più grande tabù della società moderna: “ma sei un bambino o una bambina?”. Ho sempre giustificato questo loro stupore, evaso dai filtri sociali e fuoriuscito con naturalezza anche da parte di chi ci si aspetterebbe più ritegno e giudizio. L’ho sempre giustificato proprio perchè, come i miei compagnetti maschi, anche io giocavo a petto nudo e mi mimetizzavo con
le corporature esili, premature ed omogenee di tutti, la maglia ben appallottolata in terra a formare uno dei pali delle porte. Ma avevo i capelli lunghi e i bambini mi chiamavano “lei”.
Lo stesso misunderstanding avveniva qualche anno dopo sui primi campi da calcio.
Iniziai a giocare in una società calcistica vicino al mio paese all’età di 7 anni e venni inserita nella squadra di pari età di soli maschi. Diciassette anni fa, infatti, sebbene non sia molto, non esistevano così tante squadre di calcio femminile come adesso. Sicuramente era già ben avviata la realtà dell’attuale Fiorentina femminile (all’epoca Giglio Calcio), ma si trattava di una società troppo lontana da me, che abitavo in un piccolo paesino nelle campagne fiorentine. Così, tenace e disinvolta, una volta arrivata al centro sportivo
mi cambiavo nello spogliatoio degli arbitri e fremevo dalla voglia di correre in quel campo tutto terra e sassi (che quando ne trovavo uno davvero grosso, mi riempivo il petto di fierezza e lo lanciavo oltre la rete, felice di aver salvato le ginocchia di un eventuale mal capitato).
Passai così i miei primi tre anni di questa grande e ancora attuale relazione con il pallone, fino a quando l’allenatrice del Giglio Calcio mi vide durante una partita e propose a mia mamma di farmi fare una prova nella squadra femminile del Firenze, dato che non avrei potuto continuare ancora molto a battermi con i ragazzi che fisicamente e muscolarmente stavano già cominciando a sovrastarmi.
Inizialmente non accolsi con grande gioia questo evento; in fin dei conti quella era la mia realtà, era bello farsi valere con i maschi, era stimolante dimostrarsi più forte a chi a bordo campo ti guardava con scherno e ti sottovalutava. Riempiva il cuore di un qualcosa che non riuscivo bene a descrivere, ma che mi permetteva di andare in campo e dimostrare.
Il calcio era il mio metodo di comunicazione migliore.
Ma con l’avanzare degli anni mi fu davvero proibito di continuare a praticare sport con i maschi e così, un po’ forzatamente, allargai i miei orizzonti e cominciai ad allenarmi a Firenze, in una squadra di tutte donne. Ricordo benissimo che il mio primo pensiero fu di grande stupore nel vedere quante bambine condividevano il mio stesso sogno, la mia stessa passione.
Ma la cosa più stupefacente di tutte è che c’erano anche ragazze più grandi di me che giocavano già da molto tempo e che militavano in serie A.
Subito mi si palesò davanti agli occhi la concretezza di ciò che fino ad allora era solo rimasto un pensiero: “Ecco cosa voglio fare da grande, voglio giocare in serie A!”.
Questa volta però i miei idoli, l’incarnazione di ciò che volevo diventare, non avevano più attributi maschili, non erano più Vargas, Fiore, Toni e Mutu, ma erano ragazze che proprio come me si cambiavano in spogliatoi scabri sotto le scalinate dell’impianto sportivo di San Marcellino, con il pavimento rosso e le tubature troppo vecchie, che creavano pozze di sapone e acqua sporca ogni volta che qualcuno si faceva la doccia. Alia Guagni e Giulia Orlandi giocavano nel mio stesso identico campo di terra, avevano il mio stesso identico completo di allenamento e condividevano il mio stesso identico spogliatoio.
Ho passato così i miei più begl’anni di calcio, dai 12 ai 18 anni, cavalcando le classifiche dei pulcini, dei giovanissimi e poi della primavera.
Ricordo ancora bene quando, piccine picciò, affrontavamo nei campi a 7 i temerari avversari maschi che ci battevano di tantissimo a zero. Per interi campionati. Ma noi covavamo rabbia, voglia di riscatto e soprattutto un sempre più crescente desiderio di far vedere il nostro valore, di dimostrare a tutti che a calcio ci sapevamo giocare pure noi.
Infatti non tardarono ad arrivare i complimenti, le chiamate nelle giovanili della nazionale, le vittorie regionali e poi anche quelle nazionali. Vincemmo scudetti, coppe regionali e prestigiosi tornei nazionali, battendo maschi e femmine ed alzando in cielo coppe traboccanti di sudore e amore, lacrime e sorrisi.
Ma c’è anche un altro ricordo vivido nei miei pensieri.
Avevo diciotto anni, ero ormai alla fine della mia carriera da liceale e davanti a me si apriva il vertiginoso abisso del “cosa fare della mia vita”. L’avvocato? La dottoressa? L’ingegnere? La professoressa? L’artista?
Per la prima volta mi resi conto che nel mio ideale di futuro lavorativo il calcio non esisteva.
Per la prima volta, involontariamente, ovvio, il calcio non era presente nei miei pensieri.
Mi spaventai, ricordo che letteralmente sobbalzai e mi impaurii di me stessa. Eppure niente era cambiato, la passione ardeva come prima, la voglia di giocare era la stessa, anzi, forse addirittura di più adesso che vincevamo tutto quello che c’era da vincere. Ma perchè allora nel mio futuro non vedevo il calcio? Ragionai molto a riguardo e capii che di fatto non potevo vivere di solo calcio, non potevo vivere soltanto di quella passione lì.
Così scelsi la mia strada universitaria, quella che mi avrebbe garantito un futuro solido dove di fatto poi avrei investito la maggior parte delle mie forze e del mio tempo. Ma nonostante ciò non ho mai smesso di giocare a calcio.
Allo stesso tempo però ho dovuto affrontare molte scelte che mi potessero portare a praticare questo sport con un minor impegno e così lasciai la nazionale ed andai a giocare in categorie inferiori dove il calcio non è “bello” come quello della serie A ma è il calcio serale, quello di chi si tiene le ultime energie della giornata per dedicarle al suo sport, quello delle lavoratrici, quello fatto un po’ per tutte le amanti del pallone.
Ed è proprio in questi ultimi anni, quelli in cui il calcio lo praticavo perchè non ne potevo fare a meno, ma per forza di cose, non era più la mia priorità, che ormai quattro anni fa mi arrivò la prima chiamata del presidente Tommaso Becagli.
Sapevo già dell’esistenza del Florentia, avevo seguito la sua nascita con entusiasmo e grande aspettativa, sapevo della ferrea volontà del presidente di voler entrare a far parte dei grandi del calcio nel più breve tempo possibile. Coglievo tutto lo scetticismo degli astanti, di chi seguiva gli sviluppi da lontano, ma qualcosa mi diceva che il suo progetto
era vincente.
La chiamata avvenne qualche giorno dopo la mia vittoria del Torneo delle Regioni che avevo conseguito con alcune giocatrici del Florentia. A quella finale aveva partecipato al caloroso tifo del pubblico anche il presidente Tommaso che poi mi avrebbe detto di essergli piaciuta e di conseguenza mi offrì di andare a giocare con loro il prossimo anno.
Il Florentia militava in serie C ma se avesse vinto sarebbe passata poi di fatto in serie B. E così avvenne.
Io, non soppesando abbastanza l’opportunità offertami, rifiutai, spaventata dall’impegno che una categoria come la serie B mi avrebbe portato e ferma della convinzione che purtroppo non avrei potuto vivere di solo calcio, che il mio tempo avrei dovuto spenderlo in altro, nella costruzione di una solidità diversa da quella che mi avrebbe offerto il calcio.
Questo rappresenta tutt’ora uno dei miei più grandi rimorsi.
Il Florentia infatti in quattro anni, dalla serie D arrivò alla Serie A, proprio come Becagli aveva predetto all’inizio del suo progetto.
È il 2019, avevo appena terminato il mio ennesimo anno di Serie C, ormai convinta che forse avrei dovuto smettere di giocare, avrei dovuto smettere di passare tutte le mie domeniche nei campi di calcio, sotto pioggia, sole torrido o bufere di neve, avrei dovuto, come tutte le altre mie coetanee non-sportive dedicare il mio tempo ad altri progetti; che
avrei dovuto smettere ogni giorno di preparare il mio borsone con calze, guanti, paracollo e maglie termiche e starmene al caldo del mio salotto, o dentro qualche locale; che avrei dovuto iniziare a lavorare per guadagnarmi la mia agognata indipendenza.
Ed ero anche molto arrabbiata con il calcio. Ero arrabbiata perchè gli avevo dedicato la mia intera adolescenza, i miei interi pomeriggi (così che poi le versioni di greco avrei dovute farle al mio rientro fino a notte fonda), gli avevo devoluto tutti i miei sentimenti, tutte le mie passioni. Il calcio era la mia espressione, in senso letterale. Che fosse rabbia o gioia, lo esprimevo con il calcio. Ma allora perchè fermarsi? Perchè fermarsi e non far parte
di tutto quel movimento che un giorno garantirà un futuro davvero solido per tutte le ragazzine che vivono della mia stessa passione? Perchè arrestare un sogno che è cresciuto con me fino ad ora? Perchè?
Ricordo benissimo che parlando con la mia migliore amica le dissi “se non posso più esprimermi nel calcio-quello-vero, se non potrò più sentire l’adrenalina nella scalata verso la vetta della classifica, se non potrò più credere in qualcosa di veramente grande, allora
smetto.”
Così, come per magia, arrivò nuovamente la chiamata del Presidente Becagli, e questa volta sapevo che non potevo per nessuna motivazione al mondo permettermi di lasciarmi sfuggire questa opportunità.
Sapevo di essere tanto indietro rispetto alle mie future compagne che militavano già da qualche anno in serie maggiori rispetto alla mia, sapevo che potevo ritenermi in colpa di quella mancata crescita calcistica che di fatto io stessa avevo determinato, sapevo che avrei dovuto sputare sangue e mangiare polvere per affrontare una preparazione e poi un campionato di serie A, sapevo le difficoltà a cui sarei andata incontro. Sapevo che era un salto nel vuoto, sapevo che sarebbe potuto essere uno scontro frontale con
qualcosa di enormemente più grande di me. Sapevo che i tanti anni passati in categorie minori avrebbero influito negativamente sulla mia resa. Lo sapevo. Ma io avevo ed ho ancora bisogno che il calcio sia il mio meotodo di comunicazione, sia la mia quotidianità, il mio ritmo cardiaco, ma che sopratutto sia IL futuro delle prossime generazioni.
Probabilmente non sarà il mio futuro, probabilmente non potrò vivere di questo, probabilmente avrei dovuto prendere altre decisioni.
Ma sono 17 anni che gioco a calcio e non è sicuramente questo il momento in cui smetterò.
Ho ancora bisogno di giocare e di credere in un futuro migliore.

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