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Chelsea: Emma Hayes vince il premio Allenatrice del Mese di Febbraio

È la terza volta che Emma Hayes vince questo premio in questa stagione e in questa occasione ha battuto la concorrenza del tecnico del Manchester United Casey Stoney e della Hope Powell, allenatrice del Brighton & Hove.

Per tutto il mese di febbraio Hayes ha guidato la sua squadra verso due vittorie e ha portato il Manchester City a giocare in uno scontro all’ultimo minuto, terminato 3-3, il che significa che sono l’unica squadra a essere ancora imbattuta in questa stagione. Anche se il voto era stato chiuso ed era stato conteggiato prima della vittoria finale della Continental League Cup sabato scorso, la conquista del trofeo per la prima volta nella storia del club sarà sicuramente un momento clou del mese di Hayes.

Il vincitore di questo premio è stato deciso con voti espressi online dai tifosi in combinazione con quelli di una giuria di esperti di calcio selezionati.

 

Credit photo: Chelsea Facebook

Il ruolo dello sport in questa emergenza

Lo sport ha una grande funzione sociale: è terapeutico.

Ha il potere di riconnetterci con il nostro corpo, con la nostra anima, con i nostri sogni.
Ha il potere di legarci con altri corpi, con altre anime, con altre comunità.
E’ uno strumento di meditazione, di liberazione e di formazione.
Tutte le donne e gli uomini di sport devono essere consapevoli di rivestire un ruolo indispensabile nella comunità.

Per queste ragioni, la responsabilità delle sportive e degli sportivi sarà quella di essere pronti a ripartire con rinnovato slancio quando nella vita delle comunità sarà vitale che lo sport riparta. E il momento arriverà, speriamo presto.

MA NON E’ QUESTO IL MOMENTO.

Ora ci sembra sia il momento della RESPONSABILITA’, ossia la necessità di difendere i più vulnerabili dal sovraccarico del sistema sanitario. L’indicazione è limpida: solo limitando i contagi daremo il tempo necessario agli ospedali per svolgere le loro indispensabili funzioni.

Lo sport ha la capacità di attrarre tanti sguardi e di rivestire un posto centrale nella comunicazione.
Per mille comprensibili motivi le istituzioni sportive e governative stanno riflettendo a fondo prima di prendere una decisione su cosa fare: la complessità della situazione non determina ancora chiarezza sulla sospensione dei campionati, sul blocco degli allenamenti, sul comportamento da tenere con gli addetti ai lavori e sulle comunicazioni da fornire alle vaste comunità che ci seguono.

Da parte nostra, come Club di calcio femminile sentiamo nostra responsabilità lanciare un messaggio e un esempio chiaro.
Anche senza sapere tra quanto riprenderà il campionato, abbiamo deciso di INTERROMPERE GLI ALLENAMENTI fino a quando la situazione sarà meno critica.
In questo momento la necessità è diffondere il più possibile la consapevolezza di quanto sia decisivo minimizzare il rischio di contagi: per questo dobbiamo fare un passo indietro e rinunciare a cose preziose per qualche tempo. In questo caso, correremo il rischio di trovarci un po’ più indietro nella condizione atletica, che è ben poca cosa rispetto alla posta in palio.
Crediamo che l’esempio dello sport abbia buone possibilità di essere efficace per testimoniare umanità e solidarietà.

Facciamoci forza, insieme.

Credit Photo: Alessio Boschi

La promessa Imprezzabile (Florentia) “Ecco perché mi sono innamorata del calcio”

Intervista di TuttoCalcioFemminile a Francesca Imprezzabile, giovane promessa della Florentia San Gimignano, parte della nostra nazionale giovanile e uno dei talenti più interessanti del calcio femminile.

Perché ti sei innamorata del calcio?
“Non so bene quale sia stato il motivo per il quale ho scelto il pallone tra tutti gli sport che ho provato. So solo che a farmene innamorare follemente è stato mio padre”.

Come mai?
“Ogni domenica lo guardavo giocare, ogni mese leggevo un articolo sul giornale che parlava di lui e ogni santo giorno da quando ho deciso di praticare calcio si metteva nel salotto di casa a insegnarmi qualcosa di nuovo”.

Continua ancora a regalarti suggerimenti?
“Certo. Quando lo chiamo mi faccio mandare degli esercizi tecnici per migliorare ciò che sbaglio durante gli allenamenti”.

Quali sono i tuoi modelli calcistici?
“L’anno scorso ho letto il libro di Cristiano Ronaldo e come stile di vita ho deciso di ispirarmi a lui. Come modello di gioco ho sempre avuto un debole per Ronaldinho ma ogni giorno prima di addormentarmi guardo video su giocatori nuovi. Cerco di rubare qualcosa a tutti i più forti”.

Quali sono, invece, i tuoi sogni?
“Di questi solitamente non ne parlo. Na dovrò lavorare tanto, anzi tantissimo, se vorrò realizzarli”.

Credit Photo: Alessio Boschi

 

Coronavirus: Marco Tardelli insiste, bisogna fermare il campionato

Al telefono con l’ANSA, Marco Tardelli, campione del mondo 1982 e ora candidato alla presidenza dell’Assocalciatori, ribadisce la propria convinzione che non si debba giocare.
“Lo dico da una settimana, e mantengo la mia posizione: secondo me bisogna sospendere il campionato, mi sembra giusto così”.
“… ci sono anche gli addetti ai lavori, che partecipano comunque a una partita anche se è a porte chiuse”.
“Milano è zona rossa, da tutte le parti si stanno cancellando eventi, perché non vanno sospese le partite? Perché non sono stati interpellati i calciatori? qui si parla della salute dei giocatori e degli addetti ai lavori. Se poi succede qualcosa chi si prende la responsabilità?”.
“Ripeto, per me bisogna sospendere il campionato e adesso sono contento che se ne sia accorto anche il presidente dell’Assocalciatori Tommasi, sebbene con un po’ di ritardo. Purtroppo abbiamo registrato ancora una volta la poca forza del sindacato dell’Associazione dei calciatori su questioni cruciali per questo sport e per il Paese”.

Tournoi de France 2020: sfida tra squadre nella Top 10 mondiale

Il Tournoi de France è alla sua prima edizione, si tratta di un torneo ad invito che prevede la partecipazione di 4 nazionali, inclusa quella ospitante. Le squadre chiamate sono tutte di ottimo livello: l’Olanda è al terzo posto del ranking FIFA, la Francia al quarto, Canada e Brasile invece sono rispettivamente ottavo e nono posto.

La Francia ha un ottimo rullino di marcia nella competizione, due vittorie su due: buono l’esordio con il Canada, battuto per 1 a 0. Segue la sfida con il Brasile, rivincita dei recenti ottavi di finale mondiale e vista da 17mila spettatori sugli spalti. Come nella coppa del mondo, la vittoria è andata alle francesi, che risultano ancora imbattute dagli scontri con le brasiliane. Trionfo di misura, 1 a 0 segnato da Valérie Gauvin, tra le migliori in campo e marcatrice del suo 14esimo gol in 30 presenze con la maglia della nazionale.

L’Olanda, medaglia d’argento al Mondiale di Francia, ha raccolto due pareggi fino a questo momento, entrambi senza reti. La terza sfida, partita che chiuderà il torneo, è contro la Francia. La cornice sarà lo stadio di Valenciennes, sede di alcune sfide della nazionale italiana negli ultimi mondiali francesi. Altra sfida della giornata vede scontrarsi il Brasile contro il Canada, entrambe ancora a 0 reti segnate nella competizione.

I due incontri sono in programma domani:
Canada – Brasile alle 18
Francia – Olanda alle 21.

Credit Photo: FFF – Fédération française de Football

Allarme Coronavirus, Dott. Pino Capua: “Usate il buon senso. La Lega sta agendo in nostro favore”

Ai microfoni di Sky Sport il medico sportivo Pino Capua ha parlato dell’emergenza coronavirus: “La parola giusta è buon senso, perché intanto bisogna rispettare assolutamente le disposizioni che vengono date dagli organi preposti perché sono disposizioni mirate alla salvaguardia della salute. Quello che riguarda lo sport deve andare avanti in qualche modo ma i rischi di contagio sono la prima cosa che va evitate quindi comunque vale la pena stare ad una certa distanza, lavarsi le mani continuatamente, non stare nei posti chiusi. Attenzione, perché quello che sta facendo la Federcalcio e la Lega Calcio e il ministero dello Sport è tutto nostro favore. Evitiamo lamentele, evitiamo polemiche, la medicina dello sport è all’avanguardia. In Italia si sta facendo un lavoro molto bene”.

Alice Lugli: “Amo ogni aspetto del mio ruolo”

Nel girone di andata della Serie A, l’Empoli Ladies ha iniziato il suo cammino vincente alla quarta giornata, contro l’Orobica Bergamo, per poi ripetersi nella gara successiva, in casa del Tavagnacco. In quelle due partite, fondamentali nella corsa salvezza, la porta azzurra è stata difesa da Alice Lugli, classe 1996, che ha dato sicurezza alla squadra, con ottime prestazioni e alcuni splendidi gesti tecnici. Quando Baldi ha recuperato dall’infortunio, Lugli è tornata in panchina, ma si è sempre allenata con grande determinazione e impegno, cercando sempre di dare un contributo positivo alla squadra. Non tutti sanno lavorare nell’ombra, lontano dai riflettori, ma Alice Lugli ha questa preziosa capacità. Per questo l’Empoli Ladies sa di poter contare sempre su di lei.
Ciao Alice! Partiamo dall’inizio della tua storia. Quando hai iniziato a giocare a calcio e come hai scoperto di voler essere portiere?
“Ho iniziato a giocare quando ero piccola. Mi sono appassionata guardando le partite del Milan in tv e giocando con i miei amici a scuola e in cortile. La prima volta che sono stata in porta, giocavo in una società maschile. Durante una partita, nessuno voleva andarci, perché stavamo perdendo: allora sono andata io e da quel momento non mi sono più spostata.”

Quale aspetto ti piace di più del tuo ruolo?
 
“Non c’è solo un aspetto che mi piace del mio ruolo. Amo tutto. Tutti gli aspetti tecnici, le parate in tuffo, le uscite, gli uno contro uno. Amo la sensazione che provo dopo una parata decisiva o un intervento importante. E mi piacciono anche le responsabilità che il ruolo comporta.”
Qual è invece, dal tuo punto di vista, l’aspetto più difficile dell’essere portiere?
“Il portiere è un ruolo in cui è fondamentale lo stato psicofisico. Non basta solo una buona forma fisica: la forma mentale è determinante. La concentrazione, la fiducia in se stessi e la capacità di superare un errore sono aspetti fondamentali.”

Nel tuo processo di crescita, quanto ti sta aiutando il lavoro con gli altri portieri della squadra e con il preparatore Giuseppe Martino?
“Il “team portieri “quest’anno è diverso dall’anno scorso. Ognuno ha portato le sue esperienze e credo che tutti siamo cresciuti molto rispetto ad inizio anno. L’incontro con l’altro ci ha arricchito sia dal punto di vista tecnico che umano.”
Credit Photo: Empoli Ladies

Elisa Bartoli: “Finale sia! Essere donna è una sfida, che non finisce mai”

Bella impresa dell’Italia di calcio femminile che si è qualificata per la finale dell’Algarve Cup, in Portogallo, battendo 3-0 la fortissima Nuova Zelanda. La squadra allenata da Milena Bertolini mercoledì prossimo contenderà il trofeo alla Germania.
Attraverso i propri profili social alune giocatrici oltre alla soddisfazione per la vittoria hanno rivolto un pensiero a tutte le donne visto che la partita si disputava alla vigilia dell ‘8 marzo festa della donna:
Elisa Bartoli:
elibartoli13
“FINALE sia!🤙🏻
Essere donna è così affascinante.
È un avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai.
Auguri a tutte le donne!.
#forza #unione #festadelledonne


Alia Guagni:
aliaguagni3🌼“Tanti auguri a tutte le DONNE che sanno essere femminili e determinate, dolci e coraggiose, sognatrici e pratiche…che sanno essere fantastiche ogni giorno dell’anno!🌼

Questo è il tipo di Donna che vorrei essere e queste sono alcune delle bellissime donne che mi ispirano ogni giorno!
E voi? Da chi vi fate ispirare?”.🥰
#festadelladonna #girlpower #life #love #family #friends #wonderwoman #lovemylife #pp #donne


Stefania Tarenzi:
stefania_tarenzi“Che bello ❤️!!!!! Grande vittoria 💪🏻🇮🇹
Auguri a tutte le donne, siamo meravigliose”.❣️
#nazionalefemminile #winner #algarvecup #azzurrefigc #forzazzurre #final

 
 
 
 

QUESTA SONO IO: BETTY BAVAGNOLI

Le prime partite nei campetti con gli amici, le difficoltà per iniziare a giocare a calcio sul serio, i traguardi da raggiungere per il movimento e il rapporto con la città di Roma: abbiamo parlato con Betty Bavagnoli… 

Chi era Betty da bambina?

“Era una bambina vivace ma anche molto timida, con un senso del dovere spiccato grazie ai miei genitori che tenevano molto all’educazione, al rispetto e all’aiuto degli altri. Sin da piccola avevo tanta voglia di giocare, di correre dietro a un pallone su un prato, come tutti i bambini, in particolare quelli maschi. Però avevo un grande rispetto anche per gli orari, come quelli del rientro dopo aver giocato con gli amici”.

Come si è avvicinata al calcio?

“Come tanti bambini ho iniziato a giocare al campetto sotto casa. Ovviamente erano tutti maschietti e per diverso tempo, almeno fino agli 11 anni non avevo facilmente il permesso di andare da parte dei miei genitori, quindi quando ci riuscivo andavo di nascosto”.

Come la accoglievano al campo gli altri bambini?

“Ricordo con grande affetto e grande gioia i tempi di quando ero bambina e giocavo a calcio. I miei amichetti maschi erano tutti molto carini con me. Probabilmente perché avevo delle doti e tutti mi volevano nella loro squadra, non ho mai avuto né problemi né discriminazioni da parte loro. Si può pensare che all’epoca ci fosse più chiusura, ma io in campo non l’ho mai vissuta. E sottolineo in campo…”.

E fuori dal campo?

“Fuori dal campo invece ho trovato molta più resistenza. Altri genitori, persone adulte che si fermavano a guardare, episodi in cui venivo additata come un maschiaccio. Anche solo il dire: ‘Gioco a calcio’ otteneva reazioni di stupore come se fosse qualcosa di impensabile. Oggi, a distanza di anni, ci sorrido perché posso dire che sono cambiati i tempi, ma penso che tutto quello che abbiamo raggiunto oggi è arrivato grazie anche a chi della mia generazione, di quella precedente e di quella successiva ha fatto da apripista contro i tabù, la discriminazione da parte degli adulti e di tutte le persone che ci circondavano”.

Quando è entrata per la prima volta in una squadra femminile?

“A giocare in una vera squadra ho iniziato tardi. O meglio, tardi per gli standard di oggi: è successo a 16 anni. Fino all’anno prima giocavo ancora con gli amici nel cortile della scuola. Mi chiamavano sempre ma i miei genitori preferivano farmi fare altri sport. Mi hanno iscritta a pallavolo, judo e atletica, in particolare il salto in alto. Alla fine sono state esperienze utili per capire meglio le mie caratteristiche come ad esempio la velocità. Nella mia testa pensavo sempre al calcio ma è stato bello anche scoprire e vivere le altre discipline, perché ogni sport insegna sempre tantissimo”.

Come riuscì a passare al calcio?

“Mia madre continuava a non condividere questa mia scelta, ma avevo una zia legatissima a me e che desiderava tanto aiutarmi a realizzare questo sogno. Mi ha dato una grande mano fino a quando anche i miei genitori si sono convinti a farmi iniziare. Mi portò in una squadra femminile della mia città, Piacenza”.

Rispetto alle ragazze di oggi che hanno più facilità nell’accedere al calcio, oltre all’orgoglio di aver contribuito alla crescita del movimento, si prova anche un po’ di ‘invidia’?

“Comprendo il concetto ma la parola invidia certamente non è quella giusta. Sono talmente felice di quello che abbiamo raggiunto che quello che resta forse è un po’ di rimpianto per il fatto che la mia generazione non abbia potuto vivere quello che invece è alla portata delle bambine di oggi. Lo dico con grande serenità e gioia. Se avessimo avuto modo di vivere la scuola calcio come i bambini maschi, avremmo avuto da molto prima le vetrine che il movimento merita. Le compagne, le avversarie che ho affrontato io nella mia carriera erano tutte molto forti e senza l’aiuto e l’insegnamento a cui avevano accesso i ragazzi. Da un punto di vista personale, certamente mi sarebbe piaciuto vivere la realtà di oggi quando avevo sette o otto anni”.

Quando ha avuto la sensazione che il calcio potesse diventare davvero il suo mondo?

“Un passaggio molto importante per me è stata la chiamata della Lazio quando avevo 22 anni. Mi staccavo dalla mia famiglia. Siamo sempre stati molto uniti e non era previsto che andassi a vivere lontano da loro, ma la mia carriera di calciatrice cominciava a crescere con le convocazioni in nazionale. Però il momento in cui ho realizzato che il calcio sarebbe potuto diventare la mia vita l’ho avuto prima, quando ero ancora a Piacenza e conquistammo la promozione in Serie A. Anche se non sapevo dove sarei potuta arrivare”.

Nella sua carriera ha ricoperto molti ruoli. Quale ha sentito come più suo?

“Ho iniziato come ala, attaccante esterno ma con la mia facilità di corsa riuscivo a coprire tutti i ruoli della fascia. In Nazionale però venivo utilizzata anche come terzino, condividendo la fascia con Adele Marsiletti, una grande giocatrice. Io però mi sono sempre sentita più una centrocampista e in alcune fasi della mia carriera ho anche ricoperto il ruolo di mezzala”.

Quali sono state le emozioni calcistiche più grandi che ha provato?

“Trovo difficilissimo sceglierne una. Il primo scudetto che ho vinto, con la Lazio, è stata una grandissima emozione, ma ognuno dei sette scudetti conquistati è stato emozionante. Ogni volta mi fermavo a ripensare a quanto impegno, quanta passione, quanta voglia di emergere anche come donna mi avevavano portato fino a lì. Un’altra grande emozione è stata raggiungere la finale degli Europei del 1993. Si giocava in Romagna, vicino casa mia. Eliminammo in semifinale la Germania, una nazionale gigante rispetto a quello che eravamo noi all’epoca. Poi perdemmo in finale contro la Norvegia, un’altra grandissima squadra, così come era avvenuto ai quarti dei Mondiali del 1991 in Cina”.

A proposito di Mondiali: che emozione è stata seguire il Mondiale del 2019?

“Ogni volta che vedevo una partita della Nazionale, anche come commentatrice in studio su Sky, faticavo a trattenere l’emozione. Vedere il cammino delle Azzurre mi ha riportato a tutto il nostro passato, a quanto le bambine possano avere avuto difficoltà ad avvicinarsi a questo sport e a quanta bellezza sia scaturita questa manifestazione. Mi è piaciuto sentire come il cammino delle nostre ragazze sia stato apprezzato e sostenuto dall’opinione pubblica. Faticavo a trattenere la commozione, ci hanno regalato davvero tanto. È stata una felicità incredibile. La cosa che mi ha dato maggiore soddisfazione è stata sentire parole di apprezzamento in particolare da parte degli uomini, dei tifosi che si sono appassionati e avvicinati così tanto alla nostra realtà, rapiti dalla bellezza che tutte le nazionali hanno trasmesso, non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello della lealtà e della genuinità mostrate sul campo”.

“Si è trattato di qualcosa di veramente incredibile. In questi ultimi anni sono stati compiuti dei passi in avanti fondamentali, non solo da parte di noi calciatrici e allenatrici ma da parte di tutti gli addetti ai lavori, anche dalla Federazione che nel 2015 ha varato un importante progetto di sviluppo del calcio femminile. In questi ultimi 5 anni abbiamo accelerato il passo, ma sempre partendo dalle lotte di cui siamo state protagoniste nei 30 anni precedenti”.

Sono stati fatti tanti passi in avanti ma manca ancora quello definitivo verso il professionismo: siamo vicini?

“È complesso rispondere. Vero che ci sono stati dei passi in avanti ma personalmente credo che non si debba dare per scontato che questo traguardo sia dietro l’angolo, non perché non lo si voglia ma perché ci vuole consapevolezza in ogni passaggio utile ad arrivarci senza poi rendersi conto di non aver predisposto tutto il necessario per non tornare più indietro. Mi riferisco in particolare a tutte le tutele e le coperture che serviranno alle società e alla federazione per far sì che il cambiamento avvenga con successo. In questo caso stiamo parlando di calcio, ma in Italia nessuno sport prevede il professionismo per le donne. Bisogna iniziare a mettere le donne in condizione di essere tutelate. Non è possibile che un’atleta che svolga professionalmente un’attività sportiva non venga tutelata nell’ipotesi in cui si infortuni o rimanga incinta. Su questo tema, siamo tutte unite. Probabilmente ci sarà bisogno di un passaggio intermedio ma mi auguro che non serva troppo tempo”.

L’ingresso dei club professionistici ha comunque rappresentato un passaggio positivo?

“Sì, per me hanno dato un grande contributo e supporto, non solo dal punto di vista economico ma anche strutturale, di immagine, di tutela nella gestione di una squadra con professionalità e competenze giuste. Spero che ce ne siano sempre di più. Allo stesso tempo non vanno dimenticate le società femminili storiche che operano da sempre sul campo e senza le quali oggi non saremmo arrivate a questo livello”.

Nella sua carriera da allenatrice, c’è stato un passo molto significativo: nel 1999 hai affiancato Carolina Morace sulla panchina della Viterbese: che esperienza è stata far parte del primo staff di donne alla guida di una squadra professionistica maschile?

“Quel periodo è stato incredibile, il presidente Luciano Gaucci fece una scelta che inizialmente era un po’ una provocazione, una trovata pubblicitaria per far parlare della società. Facemmo il ritiro estivo a Soriano nel Cimino e al primo giorno erano presenti la CNN, Al Jazeera e altre televisioni di tutto il mondo. Oltre a questa visione rivoluzionaria, Gaucci prese comunque un’allenatrice, molto competente come Carolina. Forse diede per scontato di poterne gestire e controllare la personalità. Carolina era assolutamente in grado di parlare alla squadra e di gestire uno spogliatoio di uomini, ma come con ogni allenatore, il rischio di divergenze con la proprietà è sempre presente e questo avvenne quando il presidente cercò di cambiare alcuni membri dello staff. Carolina si oppose fino a dare le dimissioni. È stata comunque un’esperienza incredibile, intensa, importantissima”.

“In tutto è durata cinque mesi compresa la preparazione precampionato, ma di sicuro ha avuto un grande impatto. Ricordo quel periodo con grandissima gioia e gratitudine, in particolare verso i calciatori di quella squadra. Un gruppo di uomini che per la prima volta hanno vissuto la guida da parte di un’allenatrice donna. Avrebbero potuto reagire in tanti modi, ma la loro professionalità è stata la parte migliore di questa esperienza. Sono sempre stati disponibili e attenti. Si trattava anche di una squadra di ottimo livello, con calciatori che poi avrebbero giocato in Serie A, come Fabio Liverani e Davide Baiocco”.

Sempre al fianco di Carolina Morace ha vissuto l’esperienza sulla panchina del Canada: in cosa ne è uscita arricchita?

“Anche questa è stata una pagina molto bella. La ricordo con gioia, felicità ed emozione. Sono stati due anni e mezzo intensi. Noi italiani abbiamo una grande conoscenza del calcio, soprattutto dal punto di vista tecnico e tattico. In nord America abbiamo trovato un rispetto e una cura del fisico assolutamente sorprendente, quasi maniacale. Si trattava di una squadra molto forte fisicamente, un po’ carente tatticamente ed è su quell’aspetto che abbiamo lavorato di più. Abbiamo imparato tanto anche noi e l’emozione della vittoria della Concacaf Cup è stata una soddisfazione enorme. Per questo sono infinitamente grata alla professionalità delle calciatrici canadesi”.

Qual è il suo rapporto con la città di Roma? La sente come una seconda casa?

“Assolutamente sì, mi sento romana di adozione, vivo a Roma praticamente da 30 anni. È una città che mi ha dato tanto. Ovviamente sono molto legata anche alle mie origini, ma girando tanto il mondo, devo dire che una città bella come la Roma non l’ho mai trovata. Quando si dice che è la città più bella del mondo io ci credo. Amo davvero questa città. Probabilmente dovremmo aiutarla tutti di più a essere sempre migliore”.

Siamo poco oltre la metà della stagione. La Roma è ancora in corsa per un posto in Champions League e per la Coppa Italia: quali sono stati i progressi maggiori che ha visto nella squadra rispetto allo scorso campionato?

“Sicuramente abbiamo cercato di alzare la qualità. Dal punto di vista della squadra a questo punto della stagione posso dire che il miglioramento che mi piace più sottolineare è che siamo diventate più squadra. La Roma sta capendo che è il momento di acquisire la mentalità di un gruppo di primo livello. Lavoriamo tanto sulle lacune tecniche, tattiche e fisiche, ma quello che fa la differenza è la testa, nello sport e nella vita. Le ragazze stanno capendo che c’è bisogno di fare uno step in più per raggiungere i traguardi che ci siamo prefissati. Niente e nessuno ci vieta di puntare a vincere, ma per provarci, dobbiamo sapere che c’è sempre bisogno di alzare l’asticella ed è un passaggio che va fatto con la testa. Ci sto lavorando tanto e in questo ultimo periodo le ragazze stanno dimostrando più consapevolezza. Senza definire obiettivi precisi, io e la mia squadra proveremo ad arrivare il più in alto possibile”.

Credit Photo: Giancarlo Dalla Riva

Vivianne Miedema vince nuovamente ai London Football Awards

Vivianne Miedema dell’Arsenal ha vinto nuovamente il premio della giocatrice dell’anno dei London Football Awards per il secondo anno consecutivo. Il prolifico dell’attaccante ha vinto il premio davanti alla compagna di squadra dei Gunners Bethany Mead e al trio del Chelsea Bethany England, Erin Cuthbert e Magdalena Eriksson.

Emma Hayes del Chelsea e Joe Montemurro dell’Arsenal hanno entrambi perso il premio Manager of the Year.

I vincitori del premio FA ‘For All’ e del premio Community Project of the Year sono stati rispettivamente Middlesex FA / Really Real e Palace for Life Foundation / Divert Program, per il loro lavoro sull’inclusione e l’impegno con i gruppi sottorappresentati che partecipano al calcio.

 

Credit photo: Arsenal Facebook

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